Povero Mahatma Gandhi: lo shock del mito infranto

Il Gandhi celebrato dall’Occidente incontra le critiche dell’India contemporanea: nazionalismo hindu, sistema delle caste, contraddizioni personali e ambizioni di potenza nucleare.

Francesca Pavesi

10/27/2026

Indian rupee banknote
Indian rupee banknote

Per l'Occidente e per i movimenti di emancipazione globale, Mahatma Gandhi rimane il simbolo eterno della forza del popolo, la dimostrazione vivente che la resistenza pacifica può abbattere un impero coloniale. Eppure, se si scende nei vicoli di Ahmedabad o si parla con i giovani di Nuova Delhi, il monumento incontra un presente molto meno devoto. Nelle conversazioni raccolte in viaggio, anche in Gujarat, la sua terra natale, allo stupore iniziale si sostituisce un gelido realismo: Gandhi non è sempre il Padre della Nazione intoccabile dei manuali. Per alcuni è un punto debole della storia, per altri un'utopia superata con fastidio, per i più radicali perfino un oggetto di disprezzo. Sono incontri e impressioni di viaggio, non un sondaggio nazionale. Ma bastano a incrinare la cartolina che l'Occidente continua a esportare.

Il Gandhi celebrato come coscienza morale universale viene processato da fronti opposti. Una parte del nazionalismo hindu lo accusa di aver ceduto ai musulmani; Ambedkar e i movimenti dalit hanno contestato la sua incapacità di spezzare davvero il sistema castale; gli storici riportano alla luce il razzismo dei primi anni sudafricani e gli esperimenti personali sulla castità. Intanto l'India esibisce il suo volto di potenza tecnologica, industriale e militare. Il mito sopravvive sulle banconote e nei discorsi ufficiali. È il piedistallo a scricchiolare.

Perché la destra nazionalista (Hindutva) lo accusa

Nell'India in cui il BJP di Narendra Modi occupa il centro del potere politico, alcune frange dell'Hindutva accusano apertamente Gandhi di «filo-islamismo»: una formula polemica con cui trasformano la difesa della convivenza religiosa in una colpa nazionale. La ferita evocata è la Partizione del 1947 (se vuoi approfondire leggi Wagah, il teatro del confine: quando il nazionalismo diventa spettacolo). Secondo questa narrazione, l'ostinazione di Gandhi nel predicare la pace avrebbe indebolito gli hindu e favorito il Pakistan. È una lettura ideologica della storia, non una spiegazione documentata delle cause della Partizione. Gandhi non riuscì a fermare i massacri, ma continuò a opporsi alla vendetta collettiva: proprio questo, per i suoi detrattori, diventa il capo d'accusa. La distanza fra il nazionalismo religioso e la convivenza difesa dal Mahatma rimanda anche al mio articolo L’ombra della discriminazione dietro la favola spirituale: la mia esperienza con il pregiudizio religioso.

Il 30 gennaio 1948 Nathuram Godse, nazionalista hindu ostile alla posizione di Gandhi sui rapporti tra le comunità religiose, gli sparò a Nuova Delhi. Quell’assassinio non è rimasto un capitolo chiuso della storia: la figura di Godse viene ancora celebrata in alcuni ambienti estremisti. Nel marzo 2026, a Surat, un evento che lo presentava come “patriota supremo” è stato annullato dopo le proteste. La cancellazione conta quanto il tentativo di celebrazione: dimostra che non esiste una sola India, ma anche che il risentimento contro Gandhi continua a trovare uno spazio pubblico.

È difficile immaginare una contraddizione più feroce: l’uomo diventato il volto mondiale della non violenza viene attaccato proprio per avere difeso il principio che una differenza religiosa non debba trasformarsi in una condanna. La sua presenza sulle banconote non risolve questa frattura. Semmai la rende più visibile.

Perché la sinistra e gli attivisti dalit lo criticano

Se a destra Gandhi viene processato per debolezza, tra i movimenti dalit il suo mito crolla sotto il peso delle contraddizioni sociali. Gli storici «intoccabili» non hanno avuto bisogno di un santo che parlasse al loro posto: avevano B. R. Ambedkar, giurista e protagonista della costruzione della Costituzione indiana. Il loro scontro è una delle grandi fratture politiche dell'India moderna. Qui si incrociano due questioni che attraverso anche in La grande bugia sull'abolizione delle caste e nell'articolo sulla discriminazione: abolire legalmente l'intoccabilità e smantellare i rapporti sociali che la rendono possibile sono due battaglie diverse.

Gandhi combatté l'intoccabilità, ma per lungo tempo cercò di riformare la società hindu senza distruggerne l'impianto castale. Ambedkar pretendeva ben altro: potere politico autonomo per gli oppressi e demolizione dell'ordine sociale che li teneva ai margini. Nel 1932 Gandhi, in carcere, iniziò un digiuno contro gli elettorati separati assegnati alle cosiddette Depressed Classes. Il Patto di Poona, concluso con Ambedkar sotto l'enorme pressione di quel digiuno, sostituì gli elettorati separati con seggi riservati in elettorati comuni. Gli elettori dalit avrebbero selezionato in una primaria una rosa di candidati, ma la scelta finale spettava all'elettorato comune, nel quale pesavano numericamente le caste dominanti. I seggi riservati aumentarono; la possibilità di scegliere rappresentanti davvero indipendenti, per Ambedkar, ne uscì ferita.

Ecco l'ipocrisia che lo sguardo occidentale fatica a guardare: mentre Ambedkar chiedeva l'annientamento delle caste — il titolo del suo Annihilation of Caste è già un programma politico — Gandhi puntava sulla riforma morale e chiamava gli intoccabili Harijan, «figli di Dio». Molti dalit hanno respinto quel nome come paternalistico. Gandhi fece battaglie reali contro l'intoccabilità; Ambedkar ne mise a nudo il limite più scomodo. L'uno chiedeva alla società di cambiare coscienza. L'altro voleva cambiare i rapporti di potere. E quando il potere decide chi può rappresentarti, la differenza è tutt'altro che filosofica.

Le ombre dell'uomo che l'Occidente vorrebbe perfetto

Ai conflitti politici si aggiungono le ombre personali. Nei suoi primi anni in Sudafrica Gandhi scrisse parole denigratorie sugli africani neri, muovendosi dentro le gerarchie razziali del mondo coloniale. Le sue posizioni cambiarono nel tempo, ma quel passato esiste e appartiene alla sua biografia. Un uomo può evolvere; un monumento, invece, pretende che ogni crepa venga stuccata. Ed è proprio il monumento che qui interessa mettere sotto accusa.

Ancora più disturbanti sono gli esperimenti di brahmacharya, la disciplina della castità, che Gandhi condusse negli ultimi anni. Nel 1946 dormì nudo accanto alla giovane Manu Gandhi, sua pronipote, per mettere alla prova il proprio autocontrollo. Non è pettegolezzo da tabloid: l'episodio è documentato e studiato dagli storici. La domanda, oggi, è inevitabile: quale libertà di consenso può esistere quando una ragazza partecipa all'esperimento spirituale di un uomo che per lei è insieme parente, guida e autorità morale quasi assoluta? La santità proclamata non cancella lo squilibrio di potere.

L’Occidente ama il Gandhi perfetto perché un santo è più semplice da ammirare di un uomo. Ma la storia non ha il compito di proteggerci dalle imperfezioni dei personaggi che scegliamo come esempi.

a statue of a man sitting on a bench
a statue of a man sitting on a bench

La geopolitica moderna: l'India vuole essere una superpotenza

L'India di oggi non ha tempo per il Gandhi delle cartoline. La filosofia del khadi, del filatoio e dell'autosufficienza dei villaggi era una sfida politica alla dipendenza economica, non una graziosa scenografia rurale. Ma nell'immaginario della superpotenza industriale quel modello rischia di diventare il simbolo di un'India da superare: un'utopia arcaica, buona per le celebrazioni e poco adatta ai piani di crescita, ai grandi corridoi infrastrutturali e all'ambizione di contare sullo scacchiere mondiale.

L'India contemporanea è una potenza nucleare e modernizza il proprio arsenale, come documenta il SIPRI nel 2026 (a tal proposito, ti invito a leggere La bomba che non c’è: Iran e le regole diseguali del nucleare). Investe in tecnologia, infrastrutture e capacità militari, rivendicando un posto da protagonista nella competizione geopolitica. Il contrasto con la satyagraha è feroce: la forza della verità e della resistenza non violenta si ritrova accanto a un linguaggio pubblico fatto di deterrenza, potenza e prestigio strategico. La domanda politica non è se ogni tecnologia tradisca Gandhi; è quale idea di grandezza abbia vinto, e quale sia stata relegata al museo.

La ruota del filatoio sopravvive come emblema. L'arsenale cresce. Gandhi guarda dalle banconote mentre lo Stato misura la propria statura anche in capacità di competere con la Cina e con le altre potenze. Quanto resta, in questa corsa, della sua idea di autolimitazione? E quanto è diventata scomoda una non violenza che, presa sul serio, chiederebbe di discutere i costi umani della potenza?

Il «santo» che appartiene più al mondo che alla sua terra

Povero Mahatma Gandhi. A destra, alcuni nazionalisti lo accusano di avere difeso troppo i musulmani. Per Ambedkar e per molti dalit non ha osato abbastanza contro le caste. I suoi primi scritti sudafricani e gli esperimenti sulla castità compromettono la posa del maestro morale impeccabile. E l'India che aspira alla superpotenza lo celebra mentre corre in direzioni che avrebbero messo alla prova la sua coscienza politica.

È un'icona perfetta per l'esportazione: il volto rassicurante da esibire nei summit, sulle banconote, nelle cerimonie e nei discorsi sull'autorevolezza morale dell'India. Dietro il palcoscenico, però, la sua eredità è contesa. C'è chi lo ammira, chi lo critica e chi arriva a celebrare il suo assassino. Il Paese non parla con una voce sola. Proprio per questo la distanza tra il santino ufficiale e il dibattito reale è così rivelatrice.

Il vero shock del mito infranto non è scoprire che Gandhi fosse umano. È vedere quanto l'India contemporanea sappia trasformarlo in monumento mentre discute, ridimensiona o respinge le domande più radicali che ha lasciato: convivenza religiosa, caste, non violenza, potere. Il Padre della Nazione non è scomparso. Ma a volte sembra che la sua immagine sia più utile della sua voce. E il mondo, ancora innamorato della fotografia, fatica ad accorgersene.

In SULUK, la spiritualità indiana perde la patina rassicurante con cui viene spesso raccontata. Nel capitolo «You have a bad karma», un incontro apparentemente innocuo diventa l'occasione per scoprire come persino il karma possa trasformarsi in uno strumento di pressione e manipolazione.

Dietro le grandi parole, le figure venerate e le promesse di elevazione spirituale, affiora un'India molto più contraddittoria. È lo stesso sguardo che attraversa Povero Mahatma Gandhi: la volontà di interrogare i miti, anche quelli più intoccabili, per incontrare finalmente gli esseri umani che nascondono.

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