India, l’ombra della discriminazione dietro la favola spirituale: la mia esperienza con il pregiudizio religioso

Dalle porte chiuse negli hotel alle violenze documentate in Uttar Pradesh e Madhya Pradesh: il volto della discriminazione che la favola spirituale dell’India nasconde.

Francesca Pavesi

10/12/2026

Negli ultimi mesi mi sono trovata ad affrontare una situazione che, per la sua assurdità – e illegalità –, sento il dovere di condividere con voi. Tra i valori fondanti di The Travelling Shadow ci sono la lealtà verso i lettori-viaggiatori e un profondo senso di giustizia verso i popoli che mi hanno aperto le loro porte negli ultimi quindici anni. È per questo che ho deciso di rompere il silenzio su una realtà che la maggior parte delle guide turistiche tace: la nuova ondata discriminatoria nei confronti delle minoranze religiose in India, in primis quella musulmana.

Dobbiamo superare la visione monotematica di un’India puramente “spirituale” e cartolinesca. Solo così possiamo apprezzarne davvero l'immenso, e oggi fragile, patrimonio umano.

Dal potere politico alla vita quotidiana

In termini religiosi, il Paese è a larga maggioranza indù (79,8% secondo il censimento del 2011), sebbene attraversato da profonde differenze linguistiche, sociali e di casta. La Costituzione del 1950 ha abolito l'intoccabilità, ma le gerarchie di casta non sono scomparse dalla vita quotidiana (leggi La grande bugia). La minoranza religiosa più consistente è quella musulmana (14,2% nel censimento del 2011): decine di milioni di persone la cui storia è parte integrante dell'India.

La Costituzione indiana, in particolare gli articoli 14, 15 e 25, tutela l'uguaglianza e la libertà religiosa; l'articolo 51A richiama il dovere di promuovere l'armonia. Eppure, la politica nazionalista dell'ultimo decennio ha alimentato le divisioni religiose anche a fini elettorali. Negli ultimi anni abbiamo assistito a tappe inquietanti: ad Ayodhya, sul sito della moschea Babri demolita da una folla nel 1992, è stato inaugurato nel 2024 un grande tempio hindu alla presenza del premier Modi; la legge sulla cittadinanza del 2019, resa operativa nel 2024, offre una procedura privilegiata ad alcune minoranze religiose provenienti da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan, escludendo i musulmani; nell'agosto 2019 il governo ha revocato lo status speciale del Jammu e Kashmir. Anche la revisione dei libri scolastici e la riduzione di contenuti sull'epoca moghul hanno acceso polemiche sul modo in cui viene raccontata la storia, la stessa che ci ha lasciato capolavori come il Taj Mahal.

Ma l’aspetto più grave di questa strategia è che non si ferma nei palazzi del potere di Nuova Delhi. Questo veleno scende nelle strade, tra i vicini di casa, tra la gente comune. Si avverte nell'aria. In Uttar Pradesh, in particolare, la discriminazione assume una dimensione documentata e allarmante; anche in Uttarakhand le tensioni sono forti, mentre nel Rajasthan ho visto cambiare l'atmosfera in situazioni che conosco personalmente.

Uttar Pradesh: dove la discriminazione raggiunge livelli estremi

Qui non parliamo soltanto di una sensazione. Secondo India Hate Lab, nel 2025 l'Uttar Pradesh è stato lo Stato indiano con il maggior numero di eventi pubblici di incitamento all'odio contro minoranze religiose documentati dall'organizzazione: 266, davanti a Maharashtra e Madhya Pradesh. È il primato di un indicatore preciso, non una classifica assoluta di tutte le discriminazioni. Ma basta a mostrare quanto il clima sia avvelenato. L’Uttar Pradesh è governato dal BJP e il capo del governo statale è Yogi Adityanath: le scelte politiche e il linguaggio pubblico hanno quindi un peso che non può essere liquidato come semplice intolleranza privata.

Nel settembre 2026, a Saharanpur, le autorità hanno demolito una moschea all'interno del complesso amministrativo distrettuale, dopo una decisione giudiziaria che ne aveva contestato la regolarità. Nello stesso periodo, altre due moschee, a Moradabad e Sambhal, erano sottoposte a verifiche. Il problema non è soltanto il destino di un edificio: è il clima in cui ogni luogo di culto musulmano rischia di diventare un terreno di scontro politico.

Ancora più inquietante è il quadro raccolto dalla South Asia Justice Campaign per agosto e settembre 2026: almeno 16 musulmani aggrediti in 14 episodi di presunta violenza motivata dall'odio religioso; almeno 34 case, attività e strutture musulmane demolite in nove operazioni; almeno 21 discorsi pubblici anti-musulmani attribuiti a funzionari e figure nazionaliste. Il rapporto denuncia anche sparatorie della polizia contro sospetti musulmani. Quando l'appartenenza religiosa compare così spesso accanto a violenza, demolizioni e retorica politica, chiamare tutto questo semplice «tensione sociale» diventa un modo per distogliere lo sguardo.

Quando la discriminazione bussa alla porta (senza dirtelo in faccia)

La discriminazione nell'India di oggi ha un raggio d'azione subdolo: non ti viene quasi mai urlata contro, ma si manifesta con porte che si chiudono magicamente in silenzio. Ne ho avuto la prova sulla mia pelle.

Viaggiavo con un mio amico di religione musulmana, ma con cittadinanza indiana (Rajasthan). Le nostre difficoltà sono iniziate quando cercavamo una guest house in affitto di quattro o cinque stanze per avviare un progetto nel Rajasthan. Tra Jaipur, Jodhpur e Jaisalmer, la ricerca si è trasformata in un susseguirsi di porte chiuse. All'inizio pensavo che fosse semplice sfortuna. Poi ho cominciato a capire che cosa stava accadendo.

A ogni porta a cui bussavamo, con ogni agente o conoscente, l'entusiasmo svaniva quando emergeva un nome percepito come musulmano. Nessuno diceva chiaramente «non vogliamo musulmani», ma improvvisamente quelle stesse stanze libere diventavano «già affittate», «troppo care» o «non più disponibili». Scuse banali, sorrisi di circostanza, ma il muro era alzato.

Questo finto moralismo, usato come arma di controllo sociale, si è trasformato in aperta ostilità quando ci siamo spostati fuori regione. Nelle zone di Gwalior e Khajuraho ci sono state negate stanze negli hotel. E chissà in quanti altri posti è successo a nostra insaputa dietro la maschera di un finto «tutto esaurito». Il problema? Non io, ovviamente, la bianca con i soldi, ma lui il musulmano.

La cosa più grottesca e rabbiosa? Questi paladini della virtù, così attenti a controllare la moralità e la religione dei clienti, non brillavano certo per morale: alcune stanze erano sporche, piene di polvere, con preservativi usati e bottiglie di alcolici abbandonati dagli ospiti precedenti. Quello schifo andava bene, ma dare la stanza ad un musulmano, no. È una doppia morale del piffero.

La scelta di non stare a guardare

Davanti a questi episodi abbiamo deciso di reagire. Abbiamo inviato segnalazioni ufficiali a piattaforme di prenotazione come Booking.com, chiedendo che venissero valutati i comportamenti degli alloggi e le loro regole di non discriminazione (ah, nonostante sia da anni cliente Genius 3, le mie proteste non sono state ascoltate e non sono stati presi provvedimenti) . È una battaglia silenziosa, ma necessaria per non essere complici. Le responsabilità giuridiche di ogni singolo episodio vanno accertate; la denuncia, invece, è una scelta che rivendico. Chiamare la polizia? Beh, anche quella è corrotta...

Per me è stata una situazione frustrante e difficile da gestire, nonostante la mia condizione protetta di gori – la turista bianca vista come una banca ambulante. Ma per chi è musulmano e vive lì, questa non è una brutta avventura da raccontare su un blog: è l'umiliazione sistematica e invisibile della propria esistenza.

Perché ho scelto di parlarne

Scrivere queste cose potrebbe sembrare un rischio, dato che in India ci torno spesso e che ho creato questo sito. Ma per me la cultura non è un souvenir edulcorato da imballare: la cultura è verità. Ed è proprio per questo che credo sia giusto, anzi doveroso, parlarne. Sono stanca di guide e agenzie che vendono favole preconfezionate fatte solo di convivenza pacifica, sessioni di yoga e spiritualità in saldo, nascondendo sotto il tappeto le crepe di una realtà complessa. L’India di oggi è un gigante meraviglioso, ma come ogni racconto autentico nasconde i suoi lupi e le sue ombre. E solo guardandoli insieme, con occhi consapevoli e rispettosi, possiamo comprendere davvero la ricchezza e l'immensa fragilità del suo popolo.

Nel capitolo «La tasca dello sposo bambino», la storia di Abdul Shakur, chiamato Shiva, racconta le contraddizioni di un'India in cui identità religiosa, tradizioni familiari e desideri personali si intrecciano.

In SULUK, il doppio nome di un ragazzo diventa il simbolo di una convivenza possibile, mentre il peso delle convenzioni sociali rivela quanto possa essere difficile scegliere liberamente il proprio destino.

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«Il suo nome è Abdul Shakur, ma tutti lo conoscono come Shiva.»

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