La grande bugia: il sistema delle caste tra ipocrisia statale e segregazione in India e Nepal

India e Nepal hanno vietato l’intoccabilità, ma la nascita continua a pesare sui matrimoni, sul lavoro e persino sull’accesso al sacro. La distanza tra ciò che la legge proclama e ciò che la società permette racconta una delle contraddizioni più profonde del Subcontinente.

Francesca Pavesi

10/15/2026

Può una legge cancellare secoli di gerarchia dalla mente di una società? L’India e il Nepal vengono raccontati come terre dello spirito, della ricerca interiore, della tolleranza religiosa. Eppure, dietro l’immagine rassicurante dei templi e della meditazione, sopravvive una domanda brutale: quanto vale una persona, se il suo posto nel mondo viene deciso prima ancora che nasca? La contraddizione non riguarda soltanto il passato. Attraversa le scuole, le case, i matrimoni, i luoghi di culto e il lavoro; soprattutto, attraversa il confine tra ciò che lo Stato dichiara e ciò che una comunità continua a considerare naturale.

L’articolo 17 della Costituzione indiana ha abolito l’intoccabilità; il Protection of Civil Rights Act del 1955 e lo Scheduled Castes and Scheduled Tribes (Prevention of Atrocities) Act del 1989 hanno costruito strumenti per contrastarne le manifestazioni e perseguire le violenze. Anche il Nepal vieta esplicitamente la discriminazione di casta, attraverso la legge del 2011 contro la discriminazione di casta e l’intoccabilità e l’articolo 24 della Costituzione del 2015. Non è corretto dire che gli Stati non abbiano fatto nulla. La grande bugia è un’altra: confondere il riconoscimento di un diritto con la sua realizzazione. Una norma può rendere illegale una pratica; non può, da sola, sottrarle il prestigio che ha accumulato nelle famiglie, nelle istituzioni e nell’immaginario religioso.

Il Nepal: quando fu lo Stato a costruire la gerarchia

Il Nepal non è un corpo sociale uniforme. Il censimento del 2021 ha contato 142 gruppi di casta o etnici e 124 lingue madri: due classificazioni diverse, che non autorizzano a trasformare ogni identità etnica in una casta. Questa pluralità rende ancora più inquietante la storia della gerarchia. Nel 1854 il Muluki Ain, il codice del regno, ordinò popolazioni differenti secondo categorie di purezza e impurità rituale, includendo anche comunità le cui strutture sociali non coincidevano originariamente con il modello castale delle élite hindu. Lo Stato non si limitò dunque a registrare un pregiudizio già esistente: contribuì a conferirgli forma amministrativa e forza giuridica.

Oggi quella stessa macchina istituzionale proclama l’uguaglianza. Le classificazioni statistiche contemporanee servono anche a riconoscere gruppi discriminati e a indirizzare politiche pubbliche: non equivalgono alla gerarchia prescrittiva del codice ottocentesco. Ma la memoria sociale non scompare quando cambia la funzione dei registri. Amnesty International ha documentato nel 2024 le discriminazioni subite dai Dalit nepalesi e gli ostacoli incontrati nell’ottenere giustizia. È qui che la storia smette di essere un esercizio accademico: un diritto esiste sulla carta, mentre la persona che dovrebbe esercitarlo può ancora temere l’esclusione, l’umiliazione o la violenza.

L’India: la nascita come destino sociale

In India la casta non coincide semplicemente con i quattro varna dei manuali, né appartiene soltanto agli hindu. Le comunità reali si organizzano attraverso una molteplicità di jati, appartenenze locali, occupazioni e reti matrimoniali; inoltre, categorie amministrative come Scheduled Castes, Scheduled Tribes e Other Backward Classes non sono intercambiabili con Dalit o Shudra. Le distinzioni contano: la categoria Scheduled Tribes comprende popolazioni indigene e non costituisce semplicemente un gradino della gerarchia castale. L’indagine del Pew Research Center del 2021 documenta quanto la casta resti presente nelle relazioni sociali: il 70% degli intervistati dichiara che tutti o la maggior parte dei propri amici più stretti appartengono alla stessa casta. È una misura delle reti sociali, non una percentuale di persone discriminate.

Il punto più difficile da scardinare non è sempre il divieto di entrare in un tempio. È la capacità della gerarchia di riprodursi anche senza una legge che la imponga. Il matrimonio ne è uno degli strumenti più potenti. L’endogamia — l’aspettativa di sposarsi all’interno della propria comunità — custodisce confini, proprietà, reputazioni e alleanze familiari. Quando un’unione tra caste differenti viene trattata come un’offesa all’onore, il controllo sulla nascita si prolunga nel controllo sull’amore. Nella stessa indagine Pew, il 64% degli intervistati considera molto importante impedire alle donne della propria comunità di sposarsi fuori dalla casta; per gli uomini la quota è del 62%. La casta sopravvive anche perché si trasmette nei gesti che una famiglia chiama tradizione.

La religione ha fornito storicamente linguaggi di purezza, contaminazione e ordine sociale; alcune letture del karma hanno contribuito a interpretare la posizione ricevuta alla nascita come conseguenza morale di esistenze precedenti. Ma ridurre l’induismo a una dottrina immutabile della subordinazione significherebbe cancellare secoli di contestazioni interne, movimenti devozionali, riforme e lotte anti-casta. Il problema è precisamente il contrario: osservare come interpretazioni religiose, interessi materiali e potere sociale possano sostenersi a vicenda, e come altri credenti abbiano cercato di spezzare quell’alleanza.

Ambedkar, Gandhi e la differenza tra riformare e demolire

Nessuna analisi della casta può ignorare Bhimrao Ramji Ambedkar, giurista Dalit e figura centrale nella costruzione costituzionale dell’India indipendente. Per Ambedkar la questione non era soltanto ottenere un trattamento più umano per chi occupava il gradino inferiore della gerarchia: bisognava contestare la struttura che produceva quei gradini. Nel suo pensiero l’uguaglianza politica non poteva sopravvivere a lungo senza uguaglianza sociale. Anche il confronto con Gandhi rende visibile una frattura fondamentale: pur opponendosi all’intoccabilità, Gandhi mantenne nel tempo posizioni complesse e mutevoli sul varna, mentre Ambedkar attaccò frontalmente il sistema delle caste e le sue giustificazioni religiose. Non sono due sfumature dello stesso progetto. Sono due risposte differenti alla domanda su quanto radicale debba essere una liberazione.

Raccontare soltanto le vittime sarebbe però un’altra forma di cancellazione. Le mobilitazioni Dalit, le battaglie per l’accesso all’istruzione, ai luoghi di culto, alle professioni e alla rappresentanza politica hanno trasformato la società indiana. Le conquiste costituzionali non sono piovute dall’alto come concessioni benevole: sono anche il risultato di conflitti, organizzazione e pensiero politico. Questa resistenza è essenziale per capire perché il sistema sia ancora contestato e perché il suo futuro non sia già scritto.

Un piatto di riso, una porta del tempio

La discriminazione diventa tangibile quando entra nei gesti più ordinari. Nelle mense scolastiche indiane, Human Rights Watch ha documentato episodi nei quali famiglie chiedevano ai figli di rifiutare pasti preparati da cuoche Dalit, mentre altri bambini Dalit venivano fatti sedere separatamente. Non è la descrizione di tutte le scuole: i programmi di refezione possono anche favorire l’incontro e ridurre le distanze. Ma basta un piatto rifiutato per vedere all’opera una gerarchia che pretende di decidere chi possa nutrire chi. La scuola dovrebbe sottrarre i bambini ai pregiudizi ereditati; a volte è proprio lì che quei pregiudizi imparano una nuova lingua.

Nei templi la disputa assume una forma ancora più esplicita. Se una persona è considerata impura per nascita, chi le riconoscerà il diritto di accostarsi al sacro? In Tamil Nadu le riforme per l’accesso alla formazione e alla funzione sacerdotale degli archaka, indipendentemente dalla casta, hanno aperto una lunga controversia giuridica e religiosa (leggi L’apartheid devozionale in Tamil Nadu). Le decisioni giudiziarie hanno distinto la competenza rituale richiesta nei singoli templi dalle esclusioni fondate unicamente sulla nascita. Il diritto di diventare sacerdote è diventato così un terreno di conflitto sull’autorità della casta. Quando l’altare smette di essere un’eredità riservata, cambia qualcosa di più del nome di chi recita una preghiera.

L’impurità trasformata in lavoro

Esiste poi un punto nel quale la metafora della contaminazione si fa mestiere. In India la pulizia manuale di latrine e fognature, e soprattutto l’esposizione di lavoratori a escrementi e ambienti letali senza adeguate protezioni, rende visibile il legame storico tra occupazioni stigmatizzate e comunità marginalizzate, in particolare Dalit. La legge del 2013 vieta il manual scavenging e la pulizia pericolosa di fognature e fosse settiche. Sono categorie giuridiche distinte, spesso confuse nel linguaggio comune. Secondo i dati comunicati dal governo indiano nel luglio 2026, 332 lavoratori sono morti durante operazioni pericolose di pulizia di fognature e fosse settiche tra gennaio 2021 e giugno 2026, nei 18 Stati e territori che hanno riportato decessi. La cifra riguarda quei decessi, non il numero complessivo di persone impiegate nel manual scavenging. Non ogni addetto alla pulizia appartiene alla stessa comunità e non ogni caso ha identica origine; ciò che conta è la continuità di una distribuzione diseguale del rischio e della dignità.

Anche in Nepal l’esclusione legata alla casta si intreccia con le possibilità materiali di una famiglia: istruzione, impiego, accesso ai servizi e capacità di chiedere giustizia. Sono dimensioni diverse, ma possono rafforzarsi reciprocamente. Quando la discriminazione restringe le opportunità, lo svantaggio economico tende a trasmettersi alla generazione successiva. È questa la sua efficacia più feroce: trasformare una posizione ereditata in un destino che sembra naturale.

La prigione senza sbarre

La tentazione occidentale è cercare il colpevole in una legge ingiusta, in un governante o in un divieto scritto. Qui il paradosso è più profondo. Il divieto è stato scritto, la Costituzione promette uguaglianza e una parte della società combatte apertamente per renderla reale. Eppure la discriminazione può sopravvivere nella scelta di un coniuge, nel rifiuto di un pasto, nell’accesso all’acqua, nella professione assegnata a una famiglia, nella soglia di un tempio. Il carceriere non è sempre una persona: può essere una consuetudine che nessuno sente più il bisogno di spiegare.

La grande bugia non è che nulla sia cambiato. Molto è cambiato, spesso grazie a chi ha pagato personalmente il prezzo della ribellione. La bugia è sostenere che una gerarchia finisca nel momento in cui lo Stato smette di riconoscerla. Finché una nascita continuerà a stabilire chi è degno di essere ascoltato, amato, assunto o ammesso davanti a un altare, la legge avrà indicato la direzione senza completare il cammino. E la vera misura della libertà non sarà ciò che una Costituzione promette, ma ciò che una persona può fare senza dover prima chiedere perdono per essere nata.

Nel racconto «La tasca dello sposo bambino», una ragazza originaria del Bihar porta sul proprio corpo le conseguenze di un'esistenza decisa da altri.

Attraverso la sua storia, SULUK affronta il peso delle gerarchie sociali, della povertà e del potere familiare, mostrando come la nascita possa condizionare profondamente il destino di una persona.

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