Wagah, il teatro del confine: quando il nazionalismo diventa spettacolo
In Punjab, il confine di Wagah tra India e Pakistan diventa uno stadio: soldati, cori e bandiere davanti alla memoria della Partizione.
Francesca Pavesi
10/27/2026




Arrivai al confine tra India e Pakistan a bordo di un pullman turistico a due piani. Sembrava di andare alla finale dei Mondiali, soltanto che non c’era nessun pallone: pullman pieni, alcuni arrivati persino da Calcutta, bandiere indiane dipinte sulla pelle, striscioni e cori ostili al Pakistan. L’ammainabandiera era il motivo ufficiale della visita; il vero protagonista, almeno dalla parte indiana, era il pubblico. Tutti sembravano sapere quando gridare, quando applaudire e come mostrare il proprio patriottismo.
Senza averlo chiesto, fui indirizzata alla fila VIP e sistemata vicino al cancello. Altri spettatori aspettavano da ore. Da quella posizione vedevo bene i militari indiani che, microfono alla mano, incitavano le tribune e dirigevano balli e cori. Le gambe lanciate in alto, i passi battuti a terra, le smorfie di sfida: tutto era esasperato, calibrato per strappare un’altra risposta alla folla. A tratti mi sembrava ridicolo. Su una delle frontiere più dolorose dell’Asia, uomini in uniforme si comportavano come animatori di uno spettacolo popolare.
Oltre il cancello, dalla parte pakistana, vidi persone silenziose con piccole bandiere in mano. Era ciò che potevo osservare da dove mi trovavo, quel giorno; non una fotografia di tutte le cerimonie. Il contrasto con il frastuono indiano, però, era impressionante. I cancelli rimasero chiusi e non ci fu alcuna stretta di mano fra i militari. La festa continuò lo stesso, come se dall’altra parte non servisse più nessuno.


La Partizione che lo spettacolo lascia sullo sfondo
Quella frontiera attraversa il Punjab, una regione che per secoli aveva intrecciato commerci, lingue, religioni e relazioni familiari. Nell’agosto del 1947, la fine del dominio britannico portò all’indipendenza dell’India e alla nascita del Pakistan. La linea tracciata dalla commissione presieduta da Cyril Radcliffe divise il Punjab e il Bengala; la sua pubblicazione, il 17 agosto, arrivò quando le indipendenze erano già state celebrate. La Partizione scatenò violenze su vasta scala e uno dei più grandi movimenti forzati di popolazione del Novecento. Le stime dei morti variano ampiamente, mentre oltre quindici milioni di persone attraversarono le nuove frontiere nei mesi intorno all’indipendenza.
Amritsar e Lahore, oggi separate dalla frontiera, erano parte di una geografia umana condivisa. Quella linea attraversò case, mercati, famiglie e luoghi di culto. È difficile conciliare la memoria di quella violenza con le gradinate di oggi, dove la separazione viene applaudita come un risultato da difendere ogni sera.


Il nazionalismo organizzato come intrattenimento
La cerimonia dell’ammainabandiera risale al 1959 ed è diventata una delle attrazioni più note della zona di Amritsar. Da una parte si esibisce la Border Security Force indiana, istituita nel 1965; dall’altra i Pakistan Rangers. I calci altissimi, i movimenti aggressivi e i gesti di sfida fanno parte di una coreografia consolidata, non di un’improvvisazione del giorno in cui arrivai. Persino la promozione turistica ufficiale presenta la cerimonia come uno spettacolo patriottico capace di richiamare migliaia di visitatori.
L’antropologa Anna Bochkovskaya ha descritto il viaggio a questo confine come una forma di «pellegrinaggio patriottico». La definizione è efficace: si raggiunge la frontiera per partecipare a un rito collettivo, con un posto assegnato anche alla voce e al corpo degli spettatori. Il militare lancia il segnale, la tribuna risponde. La nazione, per mezz’ora, diventa qualcosa da gridare.
Intorno alla cerimonia prosperano pullman, parcheggi, bancarelle, cibo e souvenir. Il patriottismo ha anche una sua economia. Si compra il viaggio, si aspetta il proprio turno, si entra sugli spalti e si partecipa a un evento replicato ogni giorno. Mi colpì soprattutto la naturalezza con cui una frontiera nata da una tragedia collettiva era stata trasformata in una destinazione per gite organizzate.


La rivalità che richiede collaborazione
Per anni, quella sfida teatrale ha richiesto una collaborazione molto concreta fra le due forze di frontiera: passi coordinati, tempi comuni, bandiere ammainate insieme. Lo studioso Ronie Parciack ha analizzato proprio questa contraddizione fra ostilità rappresentata e cooperazione necessaria. I soldati recitavano l’inimicizia davanti al pubblico, ma il rituale funzionava soltanto perché entrambe le parti rispettavano lo stesso copione.
Dopo l’attentato di Pahalgam dell’aprile 2025 e la successiva crisi tra India e Pakistan, il protocollo cambiò: furono sospese l’apertura cerimoniale dei cancelli e la stretta di mano. La cerimonia pubblica, interrotta per alcuni giorni nel maggio 2025, riprese in forma ridotta. Nell’ottobre 2026 i giornali raccontavano ancora di migliaia di visitatori nonostante i cancelli chiusi. Quando ci andai, nel maggio 2026, vidi esattamente questa anomalia: un rituale costruito sulla presenza dell’avversario che poteva andare avanti anche senza incontrarlo.


Gandhi, la Partizione e la memoria selettiva
Ripensando a quelle tribune, tornai con la mente alle contraddizioni dell’eredità di Gandhi, già affrontate in Povero Mahatma Gandhi: lo shock del mito infranto. La sua idea di convivenza religiosa convive, nella memoria pubblica indiana, con correnti nazionaliste che ne contestano le scelte durante la Partizione. A Wagah non si discute di storia: la si comprime in una sfida di voci e uniformi, mentre ciò che quella frontiera ha fatto alle persone resta fuori scena.
La cerimonia precede di decenni l’attuale governo indiano. È un dettaglio essenziale: lo spettacolo della rivalità con il Pakistan attraversa stagioni politiche diverse e non si lascia attribuire a un solo leader. Proprio per questo è tanto rivelatore. La convivenza predicata da Gandhi e la contrapposizione esibita a Wagah appartengono entrambe alla storia del Paese, ma soltanto la seconda dispone, qui, di tribune, altoparlanti e applausi.
Il rumore che resta
Quel giorno il settore pakistano che riuscivo a vedere era quasi deserto. So che in altre occasioni anche dall’altra parte si radunano folle numerose. Il punto, per me, non era stabilire chi gridasse più forte: era vedere quanto perfettamente tutto funzionasse. I soldati conoscevano i gesti, gli spettatori le risposte, gli organizzatori i tempi. Nessuno sembrava trovare strano che una linea di separazione fosse diventata un luogo in cui divertirsi.
Continuo a ricordare soprattutto quei militari che dirigevano i balli davanti al cancello chiuso. Dietro di loro c’erano il Punjab diviso nel 1947, milioni di persone costrette a partire, decenni di ostilità fra due Stati nucleari. Davanti, una folla che applaudiva come allo stadio. Il cancello non si aprì, nessuno strinse la mano a nessuno. Eppure, al termine della cerimonia, lo spettacolo sembrava aver dato a tutti esattamente ciò per cui erano venuti.


In SULUK attraversare una frontiera significa anche confrontarsi con chi quella libertà di movimento non la possiede. Il viaggio diventa testimonianza di vite e possibilità separate da confini politici e umani.
A Wagah, la divisione tra India e Pakistan si trasforma in uno spettacolo di bandiere, uniformi e applausi. Dietro la rappresentazione patriottica rimane la memoria di milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra. Due modi opposti di guardare una frontiera: celebrarla oppure interrogarsi su ciò che ha spezzato.
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