AHMEDABAD

IL PARADOSSO DI GANDHI NELL'INDIA NON TURISTICA DEL GUJARAT

Ahmedabad si estende lungo le sponde del fiume Sabarmati come un immenso corpo urbano lacerato, dove la pietra islamica medievale e i vecchi quartieri in legno sono assediati dal cemento di una modernità industriale e identitaria. Questa è la capitale economica del Gujarat, una terra che non concede nulla all'estetica del viaggio rilassato. Al di là dei suoi monumenti, come la Moschea di Jama Masjid o le finissime grate di pietra di Sidi Saiyyed, la città vive dentro una contraddizione permanente: è il luogo che ha cullato l'utopia non violenta di Gandhi ed è, al tempo stesso, l'epicentro di alcune delle più profonde e drammatiche fratture confessionali dell'India contemporanea.

LA MATERIA DELLO SCONTRO E DEL RICORDO GANDHIANO

Nei vicoli e nei mercati di Ahmedabad convivono l'energia degli affari e una storia di separazioni che ha lasciato segni concreti nello spazio urbano.

I Retroscena: La fondazione stessa della città, avvenuta nel 1411 per mano del Sultano Ahmad Shah, è legata al mito di Manek Baba. Si racconta che questo asceta indù vivesse sulla sponda del fiume e che di giorno tessesse una coperta mentre gli operai innalzavano le mura della città, per poi sfilarne i fili di notte, facendo crollare misteriosamente i bastioni del sovrano. Per placarlo, il Sultano dovette dedicargli il cuore dei mercati, Manek Chowk. Questo legame tra il filo, il tessuto e lo sfilacciamento sociale anticipa l'architettura dei pol, i vicoli ciechi fortificati della città vecchia. Sebbene nati per raggruppare i residenti in base alle corporazioni artigianali, la loro struttura in legno intagliato si irrigidì a causa dei violenti conflitti interni del diciottesimo secolo. I pol si trasformarono in fortezze comunitarie dotate di porte monumentali, passaggi segreti sui tetti e pozzi privati per resistere ai saccheggi. Questa segregazione dello spazio non è un reperto del passato: le tensioni tra induisti e musulmani, culminate nei tragici massacri del 2002, hanno ridisegnato la mappa contemporanea della città. Interi quartieri si sono trasformati in enclave confessionali, divisi da barriere invisibili ma invalicabili, dove l'appartenenza religiosa determina dove ti è permesso abitare e dove il tuo corpo è al sicuro.

Le mie impressioni pratiche: Esplorare il Gujarat da viaggiatore indipendente significa scontrarsi con una burocrazia ostile e una discriminazione esibita senza pudore. Trovare un alloggio ad Ahmedabad può trasformarsi in un'esperienza odiosa: ho incontrato alberghi che rifiutavano gli stranieri perché non erano attrezzati per utilizzare il sistema Form C, obbligatorio per comunicarne il soggiorno alle autorità. Invece di ammettere la propria mancanza gestionale, i gestori espongono cartelli brutali con scritto "Stranieri non ammessi" o "Vietato agli stranieri". Scritte che rievocano sinistramente i deliri di esclusione dei periodi più bui della storia europea. La città odierna si presenta come un cantiere perenne, totalmente in costruzione, dove la pianificazione urbanistica ha cancellato ogni accesso biologico al fiume Sabarmati, recintato da enormi barriere di cemento. Anche i grandi spazi pedonali, sbandierati come simboli di modernità, si rivelano quinte inutilizzabili, sistematicamente sbarrate e chiuse al pubblico.

I TACCUINI DEL SILENZIO

Ahmedabad accoglie il visitatore con un'atmosfera densa, a tratti pesante. Per chi ha vissuto a lungo in Nord Africa e in Medio Oriente, l'impatto con la componente islamica di questa città spiazza: l'Islam qui si avverte come più radicato, serrato e soprattutto non avvezzo alla presenza occidentale, privo di quella confidenza culturale comune nel bacino del Mediterraneo. Il risvolto positivo di questa durezza è l'incontro con un volto autentico dell'India, totalmente privo di turisti e di simulazioni folkloristiche ad uso dei tour operator.

Il paradosso della convivenza si manifesta nei luoghi più impensabili, come al Lucky Restaurant, un caffè della città vecchia edificato all'interno di un antico cimitero sufi. Qui i tavoli sono disposti intorno alle tombe di pietra dipinte di verde che spuntano dal pavimento; ogni mattina i camerieri puliscono i sarcofagi e vi depongono fiori freschi, integrando la morte nella routine quotidiana del consumo di tè e panini imburrati.

Poco distante, la figura di Gandhi si scontra con il pragmatismo storico del territorio. Se in Occidente il Mahatma è un mito intoccabile, qui la percezione locale è capovolta: molti lo considerano colpevole della partizione e delle sofferenze che ne sono derivate, una figura usata come brand istituzionale ma intimamente rinnegata. Il suo laboratorio politico nacque grazie ai finanziamenti dei baroni del cotone e dei proprietari delle grandi fabbriche dismesse che hanno creato il proletariato urbano, legando l'estetica della povertà al grande capitale del Gujarat.

Eppure, in questa terra di fratture, a Badshah no Haziro – la tomba del fondatore della città – arde da secoli una lampada a olio perenne curata da famiglie indù. È il faro della tolleranza, un piccolo gesto rituale sotterraneo che resiste alla retorica dell'odio e ricorda l'interdipendenza originaria di queste strade.

Nel capitolo «Nemesi», una lebbrosa su un marciapiede di Connaught Place, a Delhi, costringe la viaggiatrice a confrontarsi con uno degli aspetti più feroci dell'India.

In SULUK, quella scena racconta contraddizioni che attraversano anche le grandi città indiane, Ahmedabad compresa. Lo sguardo occidentale, sempre pronto a trasformare la sofferenza altrui in un'occasione di redenzione personale, viene messo a nudo. Tra compassione, disgusto e senso di colpa, emerge una domanda scomoda: quanto della nostra pietà appartiene davvero a chi soffre e quanto serve a rassicurare noi stessi?

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