Essere Bni Guil: l’orgoglio di un popolo nomade
Nella steppa di Bouarfa, i Bni Guil custodiscono origini, poesia, riti e saperi pastorali, mentre il nomadismo cambia volto.
Francesca Pavesi
10/5/2026




A Bouarfa, nel Marocco orientale, ho vissuto quasi due anni. Il vento sollevava la polvere dalle strade e lasciava intravedere, oltre le ultime case, una distesa che a un primo sguardo sembrava vuota. Eppure quella steppa era piena di nomi: nomi di pascoli, di pozzi, di famiglie, di percorsi tramandati. Era la terra dei Bni Guil. Per capirli bisogna cominciare da qui, da un paesaggio che per generazioni è stato conosciuto e governato attraverso il movimento.
I Bni Guil, chiamati anche Beni Guil, costituiscono una confederazione tribale arabofona degli altopiani del Marocco orientale, in particolare nell'ampio territorio fra Bouarfa, Tendrara e le zone steppiche verso il confine algerino. Il nome designa una comunità storica, un insieme di appartenenze e rapporti sociali; designa anche, oggi, una celebre razza ovina. Confondere le due cose sarebbe ridurre una storia umana a un marchio d'allevamento.
Da dove vengono i Bni Guil
Le origini dei Bni Guil sono conservate nelle genealogie e nella memoria orale, ma la loro storia non si lascia chiudere in un'unica discendenza dimostrabile. La tradizione li colloca nel mondo delle migrazioni arabe verso il Maghreb e collega alcuni gruppi a provenienze orientali. Lo studioso Mohamed Mahdi, che ha dedicato un volume alla cultura dei nomadi Bni Guil, riferisce una tradizione di insediamento nel Marocco orientale intorno al X secolo, nell'epoca fatimide. È una ricostruzione da leggere accanto alla natura composita delle confederazioni tribali, formate nel tempo da alleanze, incorporazioni e parentele.
Quello che emerge con chiarezza è il legame fra identità e territorio. Essere Bni Guil ha significato appartenere a gruppi che condividevano consuetudini, reti di solidarietà e diritti d'accesso a una steppa dove l'acqua era intermittente e l'erba non cresceva sempre nello stesso posto. Le genealogie servivano a raccontare la provenienza, ma anche a collocare le persone dentro un sistema di obblighi, protezioni e relazioni.
Uno studio sulle parlate arabe dei Beni Guil, condotto nell'ambito del progetto universitario «Differenz und Integration», mostra quanto la lingua sia parte di questa identità: la parlata beduina si è trasmessa insieme alla vita pastorale e ha continuato a cambiare quando molte famiglie si sono stabilite nei centri urbani. Le parole conservano tracce di un modo di abitare la terra anche quando la tenda è stata sostituita da una casa.


Cinque tribù e una geografia regolata
La confederazione è descritta dalla ricerca sui pascoli come articolata in cinque tribù. Al loro interno, frazioni e gruppi familiari disponevano di aree di uso consuetudinario. Non era una distesa senza padroni e senza regole: il territorio pastorale veniva suddiviso in woulf, spazi di riferimento di un gruppo, con percorsi stagionali, punti d'acqua e terre utilizzabili. Il diritto consuetudinario, l'orf, regolava l'accesso e contribuiva a prevenire o comporre le controversie.
La mobilità aveva una logica precisa. I pascoli d'inverno e quelli della stagione favorevole non offrivano le stesse risorse; famiglie e greggi si spostavano in relazione alle piogge e alle condizioni del terreno. Nei periodi di siccità grave, chiamati jdoub, poteva essere necessario oltrepassare le aree abituali, facendo affidamento su accordi pastorali fra gruppi. La conoscenza dei luoghi e delle persone era una forma di sicurezza.
Queste regole non producevano un'uguaglianza perfetta. La ricerca di Dutilly-Diane e colleghi, condotta sui Bni Guil settentrionali, ha documentato differenze di accesso ai pascoli migliori fra i diversi segmenti della comunità. La solidarietà tribale conviveva con gerarchie, negoziazioni e rapporti di forza. È anche questo a rendere la storia dei Bni Guil concreta: una società organizzata, non un'immagine romantica di libertà assoluta.
La tenda: una casa che sa muoversi
La tenda pastorale era molto più di un riparo. Doveva essere montata e smontata, resistere al vento, organizzare lo spazio domestico, custodire provviste e strumenti. La lana e il pelo degli animali entravano nella fabbricazione di tessuti, corde, coperture e oggetti d'uso. Il gregge forniva carne e latte, ma anche materie prime da trasformare; conservare gli alimenti permetteva di affrontare spostamenti e stagioni difficili.
La vita nel campo richiedeva una distribuzione continua del lavoro. Accudire gli animali, cercare acqua, preparare il cibo, mantenere gli utensili e accogliere chi arrivava erano attività intrecciate. L'ospitalità aveva un valore sociale preciso: ricevere un ospite significava mettere a disposizione tempo e risorse e rendere visibile il prestigio morale della famiglia. Mohamed Mahdi dedica a questi aspetti, compresa l'ospitalità e la vita sotto la tenda, una parte importante del suo studio etnografico.
Anche i saperi legati alle piante, agli animali, ai segnali meteorologici e alle cure tradizionali facevano parte di questa cultura. Il paesaggio si leggeva attraverso indizi che una persona estranea avrebbe facilmente ignorato. Ciò che per me, appena arrivata a Bouarfa, sembrava soltanto aridità, per un pastore poteva indicare la qualità di un pascolo, la presenza di acqua o l'arrivo di un cambiamento del tempo.


Le pecore Beni Guil e il valore del gregge
La razza ovina Beni Guil porta il nome della confederazione che l'ha allevata. È riconoscibile, fra le altre caratteristiche, per la colorazione bruna della testa e degli arti e per l'adattamento alle condizioni degli altopiani orientali. Gli allevatori la chiamano anche daghma o hamra, richiamandone il colore. La sua reputazione è legata alla resistenza e alla qualità della carne, valorizzata anche attraverso una indicazione geografica protetta.
Il gregge rappresentava capitale, lavoro e possibilità di scambio. Un anno di pioggia favorevole poteva sostenere una famiglia; una sequenza di siccità poteva costringerla a vendere animali o comprare foraggio a prezzi difficili da sostenere. Per questo la ricchezza pastorale non era mai completamente separata dal rischio. La pecora Beni Guil racconta una selezione costruita lungo generazioni, ma soprattutto la capacità delle persone di adattare l'allevamento a un ambiente incerto.
Il tagwāl: la storia custodita nella voce
Se il gregge era una ricchezza visibile, la poesia era una forma di patrimonio che viaggiava senza occupare spazio. Fra i Bni Guil il tagwāl è una tradizione poetica orale, trasmessa da cantori e poeti chiamati gawalas. Nei versi entrano le origini raccontate dalla comunità, le migrazioni, l'amore, la nostalgia, la vita nomade e la siccità. È una memoria pronunciata davanti agli altri, conservata nella voce e rinnovata da chi la interpreta.
Uno studio pubblicato nel 2022 su «Hespéris-Tamuda» raccoglie testi di poeti Beni Guil e ne mette in luce la funzione di archivio vivente. Fra i temi documentati compaiono il ricordo delle origini, le conseguenze della siccità e la bellezza della donna guillia. Quest'ultimo dettaglio mi colpisce particolarmente, perché a Bouarfa la parola guillia avrebbe finito per entrare anche nella mia storia.
Il tagwāl restituisce una dimensione spesso assente dai racconti sul nomadismo: le persone non tramandavano soltanto tecniche di sopravvivenza. Tramandavano giudizi, emozioni, orgoglio, ironia e modi di raccontarsi. Quando il mondo materiale cambia, la poesia può continuare a dire chi si è stati e chi si desidera rimanere.


Riti, feste, cavalli
La cultura Bni Guil comprende anche pratiche rituali e festive legate ai passaggi della vita: nascite, matrimoni, circoncisioni e lutti. Il calendario sociale si intrecciava con quello della natura, con le stagioni, le attese della pioggia e le ricorrenze comunitarie. Il volume di Mohamed Mahdi documenta riti stagionali, forme di canto e danza, e tradizioni equestri. Non tutte queste pratiche appartengono esclusivamente ai Bni Guil: molte circolano fra comunità del Maghreb, assumendo però forme e significati locali.
La tbourida, conosciuta anche come Fantasia (leggi Fantasia - Tbourida: la felicità arriva a cavallo), rende visibile un altro aspetto di questo mondo: il valore attribuito al cavallo, alla coordinazione del gruppo e alla rappresentazione pubblica dell'abilità. Accanto all'arte equestre esistono repertori di danza e canto, compresi l'haydous maschile e altre espressioni descritte dalla ricerca etnografica. Le feste erano occasioni in cui una comunità si mostrava a sé stessa, rinnovando legami, reputazioni e appartenenze.
A Bouarfa ho imparato a riconoscere questa dimensione collettiva nei momenti in cui la vita quotidiana cambiava ritmo e le persone si ritrovavano. La tradizione era un fatto sociale, costruito da chi partecipava, preparava, ospitava, cantava e guardava.


Quando la steppa incontra la frontiera
La storia contemporanea dei Bni Guil è segnata da trasformazioni profonde. La delimitazione delle frontiere, l'amministrazione coloniale, le nuove forme di controllo delle terre, la crescita dei centri urbani e l'accesso ai mercati hanno modificato la mobilità pastorale. La chiusura del confine terrestre fra Marocco e Algeria nel 1994 (leggi Il confine tra Marocco e Algeria: la frontiera che ha spezzato deserto e cuori) ha ulteriormente ristretto un orizzonte regionale attraversato storicamente da spostamenti e scambi.
La sedentarizzazione non ha seguito un percorso uguale per tutti. Alcune famiglie si sono trasferite in città mantenendo animali affidati ad altri; altre hanno abbandonato l'allevamento o hanno combinato attività diverse. La ricerca linguistica sui Beni Guil registra già, nei primi anni Duemila, una presenza significativa di famiglie stabilite in centri abitati. Mohamed Mahdi descrive inoltre il peso della siccità, dei mangimi costosi e delle aspirazioni dei giovani, spesso lontane dalla durezza della vita pastorale.
L'identità non si è però dissolta con il cambiamento dell'abitazione. Restano parentele, memoria, dialetto, feste, racconti e rapporti con la terra. Per alcuni la steppa continua a essere il luogo del lavoro; per altri è il luogo da cui proviene la famiglia e al quale si torna. Essere Bni Guil oggi può voler dire cose diverse, senza perdere il legame con una storia condivisa.
Da bayda a guillia
Quando arrivai a Bouarfa, le persone mi chiamavano bayda. Ero una straniera che cercava di orientarsi in un mondo del quale conosceva poco: la lingua, i ritmi, le relazioni e persino il paesaggio richiedevano tempo. Avevo pensato di restare poche settimane e rimasi quasi due anni. Furono gli incontri quotidiani, molto più di qualsiasi definizione, a insegnarmi che l'appartenenza si costruisce anche attraverso il riconoscimento reciproco.
A un certo punto cominciarono a chiamarmi guillia. Per me quel passaggio custodisce il significato di un'accoglienza che non si ottiene chiedendola: nasce dal tempo trascorso insieme, dalla fiducia, dalle incomprensioni superate, dal diventare una presenza familiare. Non pretendo che un nome ricevuto mi attribuisca la stessa storia di chi è nato dentro la confederazione. Racconta però il modo in cui quelle persone mi hanno fatto posto nella loro vita.
Ho dedicato a incontri vissuti nel Marocco orientale alcuni racconti di «SULUK – Il viaggio dell’ombra». Le loro vicende appartengono al libro. Qui resta ciò che quei due anni mi hanno permesso di capire: i Bni Guil sono una comunità con origini narrate, istituzioni, saperi, riti e una voce poetica propria. La loro storia non è racchiusa nella nostalgia di una tenda. Continua nelle persone che attraversano la steppa, abitano Bouarfa, tramandano versi e trovano ancora parole per dire chi sono.


Le appartenenze del Marocco orientale non sono soltanto nomi tribali o confini sulla carta. Sono territori abitati, risorse contese, solidarietà e persone che chiedono di poter vivere con dignità.
In «I figli delle ustioni», la storia di Rachid, raccontata a Bouarfa, dà un volto a questo legame con la terra e con l'acqua. Non è un racconto etnografico sui Bni Guil, ma un incontro con ciò che significa difendere una comunità.
SULUK
IL LIBRO
Il viaggio dell'ombra
«Voleva il diritto ad avere dell’acqua pulita per le nostre case.»
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BOUARFA
Negli altopiani del Marocco orientale, Bouarfa racconta una storia di miniere, pastorizia e cultura Bni Guil. Attraverso due anni di vita sul posto, emerge una ricchezza fatta di relazioni, ospitalità e appartenenza alla terra.
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