Il confine tra Marocco e Algeria: la frontiera che ha spezzato deserto e cuori
A Figuig la frontiera tra Marocco e Algeria attraversa una storia di famiglie, commerci e palmeti ereditati. Dai trattati coloniali alla chiusura del 1994, il deserto racconta il prezzo umano di una linea sulla carta.
Francesca Pavesi
10/21/2026




A Figuig, un uomo può trovarsi a pochi chilometri dalla terra che apparteneva alla sua famiglia da generazioni e avere bisogno di una frontiera aperta per raggiungerla. Può conoscere il nome dei suoi palmeti, ricordare chi li ha coltivati, sapere quando maturano i datteri. Eppure, tra lui e quegli alberi, oggi si interpone uno Stato.
È una delle contraddizioni più dolorose della frontiera tra Marocco e Algeria. Una linea stabilita attraverso trattati, guerre e decisioni diplomatiche si è sovrapposta a una geografia umana molto più antica: quella delle famiglie imparentate tra le due sponde, dei mercanti, delle tribù, dei pastori e degli agricoltori che organizzavano la propria vita secondo l’acqua, le stagioni e i percorsi.
Conosco il Marocco orientale attraverso Bouarfa, dove ho vissuto quasi due anni. Figuig appartiene allo stesso orizzonte geografico, ma racconta un’esperienza distinta: quella di un’oasi la cui continuità territoriale è stata progressivamente interrotta. Qui il confine ha un volto preciso. Ha il tronco di una palma da dattero, il nome di una famiglia e la memoria di un campo che si può ancora indicare, ma raggiungere è diventato impossibile.


Figuig: l’oasi che guarda verso l’Algeria
Figuig si trova all’estremità orientale del Marocco, a circa sette chilometri dalla città algerina di Beni Ounif. L’Algeria la circonda su tre lati. È un dettaglio geografico che spiega gran parte della sua storia contemporanea: una città nata come nodo di collegamento è stata trasformata in un margine.
L’oasi comprende sette ksour, nuclei fortificati di abitazione costruiti in terra, legati a palmeti, orti e sistemi di distribuzione dell’acqua. La sua società è il risultato di una storia complessa, nella quale comunità amazigh e arabe, famiglie musulmane ed ebraiche, commercianti e coltivatori hanno lasciato tracce nell’architettura e nella memoria dei luoghi. I percorsi carovanieri la collegavano ai traffici transahariani e agli scambi che attraversavano il Maghreb da est a ovest.
La posizione di Figuig acquista senso se si guarda oltre il suo attuale perimetro nazionale. Beni Ounif era parte di un sistema di relazioni vicinissimo, fatto di visite, matrimoni, acquisti e lavoro. Le terre coltivate dalle famiglie di Figuig potevano trovarsi oltre quella che sarebbe diventata una frontiera internazionale. La distanza tra una casa e un palmeto restava breve; la distanza politica sarebbe diventata enorme.
Anche Bouarfa, più a nord, racconta una parte di questa trasformazione. Le vie che attraversano gli altopiani e collegano i centri del Marocco orientale si inserivano in reti pastorali e commerciali estese. Ma Figuig permette di vedere il risultato della chiusura con una nitidezza particolare: i campi e le famiglie rimasti separati.


Prima della linea: acqua, tribù e percorsi
Nel deserto, il territorio è stato storicamente organizzato anche attraverso ciò che rendeva possibile viverci. Per un pastore contavano i pascoli stagionali e i punti d’acqua. Per un coltivatore d’oasi contavano la sorgente, il canale d’irrigazione, la proprietà delle palme e i diritti che regolavano la distribuzione dell’acqua. Per un mercante contavano le piste, i mercati e i rapporti di fiducia tra comunità.
Le appartenenze politiche esistevano, come esistevano rivalità, alleanze e forme di autorità. La loro proiezione sul territorio seguiva però logiche differenti dalla sorveglianza continua di una frontiera contemporanea. Il potere poteva esercitarsi sulle persone e sui gruppi; la mobilità e le relazioni economiche attraversavano spazi che una mappa amministrativa avrebbe in seguito diviso.
Un documento del 1845 lo rende sorprendentemente evidente. Nel trattato di Lalla Maghnia, stipulato tra il sultano del Marocco e la Francia che aveva conquistato l’Algeria, l’articolo 4 riconosceva che nel Sahara la terra serviva ai pascoli e che non era possibile applicarvi la stessa delimitazione territoriale prevista più a nord. Il trattato distingueva perfino le tribù secondo la loro appartenenza politica, citando tra quelle legate al Marocco i Bni Guil (leggi l’articolo Essere Bni Guil). All’articolo 5 riconosceva Figuig tra gli ksour marocchini.
È una testimonianza storica di grande forza: nel momento stesso in cui si tentava di tracciare una frontiera, il testo diplomatico ammetteva l’esistenza di un territorio organizzato attorno al movimento e alle risorse. Il confine moderno avrebbe gradualmente trasformato questa differenza di logica in una frattura materiale.


Come si costruisce una frontiera
La conquista francese dell’Algeria iniziò nel 1830. Il trattato di Lalla Maghnia del 18 marzo 1845 fissò una delimitazione nella parte settentrionale della frontiera con il Marocco, lasciando aperte questioni territoriali verso il Sahara. Successivi accordi franco-marocchini all’inizio del Novecento precisarono altri tratti, mentre l’espansione coloniale consolidava un controllo amministrativo su spazi che avevano conosciuto forme di autorità più mobili.
L’indipendenza del Marocco nel 1956 e quella dell’Algeria nel 1962 trasferirono ai nuovi Stati anche il problema dell’eredità territoriale coloniale. Nel 1963 scoppiò la Guerra delle Sabbie, un breve conflitto armato legato alle controversie di confine. Il trattato firmato a Rabat il 15 giugno 1972 definì la delimitazione della frontiera: l’Algeria lo ratificò nel 1973, il Marocco nel 1992.
La sovranità territoriale divenne così oggetto di testi giuridici e accordi tra governi. Ma le persone continuavano ad avere parentele, ricordi e interessi economici dall’altra parte. Un confine può essere definito con precisione in un trattato e produrre conseguenze molto meno lineari per chi vive sul terreno.
La rivalità tra Rabat e Algeri si aggravò nuovamente con la questione del Sahara occidentale. Nel 1975 le tensioni regionali portarono a un’altra fase di chiusura e rottura. La frontiera conobbe successive riaperture e restrizioni, fino al 1994: dopo l’attentato all’hotel Atlas Asni di Marrakech, il Marocco introdusse misure contro i cittadini algerini e l’Algeria chiuse la frontiera terrestre. Da allora, l’attraversamento ordinario è rimasto bloccato.


Il palmeto dall’altra parte
A Figuig la conseguenza più tangibile della frontiera riguarda le terre agricole. Per comprenderne il significato bisogna ricordare come funziona un’oasi. Ne ho parlato in L’architettura dell’oasi: la palma da dattero crea ombra, protegge le colture sottostanti e partecipa a un sistema agricolo costruito attraverso la gestione dell’acqua. Attorno a quell’albero si organizzano lavoro, alimentazione, proprietà, conoscenze e continuità familiare.
Un palmeto è il risultato di un investimento che attraversa le generazioni. Le palme richiedono anni per crescere, cure regolari, irrigazione, manutenzione dei canali e raccolti stagionali. Una famiglia può aver ereditato gli alberi dai nonni, insieme ai diritti e alle responsabilità che permettono di coltivarli. La terra custodisce una genealogia concreta: qualcuno l’ha irrigata, qualcun altro l’ha difesa dalla siccità, altri ne hanno raccolto i datteri.
Per diverse famiglie di Figuig, una parte di questo patrimonio si trovava oltre il confine, in territorio algerino. La chiusura ha separato i proprietari e i coltivatori dai loro terreni, complicando o impedendo la cura delle palme e la raccolta. La perdita dell’accesso significa perdita di reddito, ma anche interruzione di una trasmissione familiare. Un albero può continuare a crescere mentre il rapporto tra chi lo ha ereditato e la terra viene reciso.
Il caso di El Arja, presso Figuig, ha reso questa frattura nuovamente visibile nel 2021. Le autorità algerine hanno impedito a coltivatori marocchini di continuare a utilizzare terreni con palme da dattero che le loro famiglie lavoravano da lungo tempo. Le rivendicazioni degli agricoltori riguardavano la continuità del possesso e dell’uso; la delimitazione internazionale e il controllo del territorio seguivano invece la logica della sovranità statale. Le due geografie si sono scontrate davanti agli alberi.
È il punto centrale di questa storia. Per un governo la frontiera delimita un territorio. Per una famiglia può attraversare il patrimonio ereditato, dividendo la casa dal campo, il luogo in cui si vive da quello in cui hanno lavorato i propri antenati.


Famiglie divise, commercio interrotto
La chiusura del 1994 ha colpito anche le relazioni sociali ed economiche della regione. Gli studi sulle comunità di frontiera tra Marocco e Algeria documentano matrimoni, parentele e scambi commerciali storicamente diffusi tra i due lati. Con l’interruzione del passaggio terrestre, visite familiari e attività economiche hanno perso il loro percorso più diretto.
Figuig, un tempo collegata ai traffici e ai movimenti della regione, è diventata una città di confine raggiungibile dal resto del Marocco attraverso una rete stradale che ne accentua l’isolamento. L’UNESCO, nella scheda che accompagna la candidatura dell’oasi alla Lista indicativa del patrimonio mondiale, collega esplicitamente la chiusura della frontiera alla riduzione delle risorse economiche e all’emigrazione.
La frontiera ha inciso anche sul commercio. Le restrizioni ufficiali hanno favorito circuiti informali e contrabbando lungo diverse zone del confine marocchino-algerino; le successive barriere e misure di sicurezza hanno ridotto ulteriormente le opportunità di scambio per molte comunità. La chiusura di un passaggio regolare modifica prezzi, approvvigionamenti, lavoro e mobilità quotidiana.
Quando un territorio perde la funzione di collegamento che lo aveva sostenuto, cambia anche la sua posizione economica. Una città di passaggio diventa un punto d’arrivo. Le persone più giovani cercano altrove opportunità che il mercato locale fatica a offrire; le famiglie si distribuiscono tra l’oasi, altre città marocchine e l’emigrazione internazionale.


L’acqua, l’altra frontiera
La fragilità di Figuig dipende anche dall’acqua. I sistemi tradizionali dell’oasi hanno distribuito le risorse attraverso sorgenti, gallerie e canali, rendendo possibile una coltivazione intensiva in un ambiente arido. L’equilibrio tra disponibilità idrica, manutenzione e superfici coltivate è sempre stato delicato.
La chiusura della frontiera si è sommata a siccità, cambiamenti climatici e trasformazioni nella gestione dell’acqua. Gli studi contemporanei descrivono il declino di parti del patrimonio agricolo, la pressione sulle falde e la necessità di nuove infrastrutture. A Figuig sono stati realizzati invasi e progetti per migliorare l’approvvigionamento; allo stesso tempo, la gestione del servizio idrico ha alimentato proteste locali dal 2023.
Questi fenomeni hanno cause differenti, ma si incontrano nello stesso paesaggio. Una palma che muore per mancanza d’acqua e una palma irraggiungibile a causa della frontiera pongono problemi distinti a una famiglia; entrambe possono interrompere il rapporto quotidiano con una terra coltivata per generazioni.
Il paesaggio dell’oasi conserva così i segni di una doppia pressione: quella ambientale e quella politica. La prima rende sempre più difficile mantenere vivo il sistema agricolo. La seconda può sottrarre alle famiglie la possibilità stessa di occuparsene.
Il deserto ha memoria
Tra Bouarfa e Figuig il paesaggio sembra offrire poche indicazioni a chi lo attraversa per la prima volta. Le montagne, gli altopiani e le distese pietrose possono apparire uniformi. Per chi li abita, invece, sono pieni di nomi e distinzioni: un percorso conosciuto, un pascolo, un pozzo, un giardino, una casa di parenti, un luogo in cui si commerciava.
Le carte politiche rappresentano una dimensione reale del territorio. Definiscono competenze, leggi e sovranità. Ma la geografia umana conserva altre coordinate, costruite attraverso il tempo. Una famiglia che ricorda il proprio palmeto oltre la frontiera sta custodendo una di queste coordinate. Il suo ricordo attraversa la linea anche quando il corpo è costretto a fermarsi.
Figuig racconta il prezzo di questa sovrapposizione. Un’oasi nata dalla capacità di trovare continuità nell’aridità si è ritrovata circondata da una frontiera chiusa. Le relazioni familiari, le vie commerciali e le terre coltivate hanno continuato a esistere nella memoria, mentre il loro utilizzo quotidiano diventava sempre più difficile.
Una palma da dattero può sopravvivere a molti uomini. Per questo, quando una famiglia perde l’accesso agli alberi ereditati, la ferita attraversa anche il tempo: riguarda chi li ha piantati e chi avrebbe dovuto raccoglierne i frutti.
È qui che il confine ha spezzato il deserto. Nel punto in cui una linea decisa dagli Stati ha diviso ciò che la vita delle persone aveva tenuto insieme.


Figuig e la frontiera con l'Algeria mostrano come una linea politica possa spezzare relazioni e accessi alla terra. A Bouarfa, il deserto racconta un'altra forma di vulnerabilità: quella delle comunità che devono lottare per una risorsa elementare.
In «I figli delle ustioni», la vicenda di Rachid riguarda l'acqua, non la delimitazione della frontiera. Accostare i due racconti significa riconoscere una questione comune senza confonderli: chi decide quali condizioni rendono possibile abitare dignitosamente un territorio?
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All’estremo oriente del Marocco, Figuig vive fra sette ksour, palmeti e una frontiera chiusa con l’Algeria. La memoria dei legami interrotti incontra un gesto di ospitalità: una porta aperta, un bicchiere di latte e dei datteri.
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