Fantasia – Tbourida: la felicità arrivò a cavallo, un giorno di luglio a Bouarfa
A Bouarfa, nel Marocco orientale, una corsa improvvisa tra la folla conduce a uno spettacolo di tbourida. Tra cavalli, polvere e spari all’unisono, il ricordo di una felicità condivisa.
Francesca Pavesi
10/18/2026


A Bouarfa, la tbourida non cominciò con una spiegazione. Cominciò con una corsa attraverso il paese, una mano che mi guidava e una folla che sapeva già dove andare. Solo più tardi avrei scoperto il nome di ciò che avevo visto: Fantasia, la tradizione equestre marocchina in cui gruppi di cavalieri coordinano una carica e uno sparo simultaneo. Ma quel giorno non conoscevo ancora niente di tutto questo.
Bouarfa, estremo confine orientale del Marocco. C’è fermento tra la gente. Oggi non è un giorno come gli altri. La solita calma si è rotta. Tutti corrono qua e là e si riversano nelle strade come un formicaio scomposto.
«Presto andiamo! Sono arrivati.»
Non c’è tempo di capire chi, bisogna correre. L’ora del tramonto è vicina.
Il cielo carico di sabbia si tinge di rosso. Il profumo di msemmen e agnello alla griglia solletica il naso. Tutto è avvolto da una nuova magia. Le capre sui tetti si sporgono in avanti per capire cosa stia succedendo. Ma non c’è tempo per capire. Loro sono arrivati. Bisogna correre. Bambini in festa, donne con sgabelli sottobraccio e giovani euforici, si uniscono al passo svelto dei capifamiglia.
I binari abbandonati della vecchia ferrovia algerina, corrono paralleli al nostro fluire. I negozianti chiudono bottega. I poveri polli del negozio di carne tirano un sospiro di sollievo. Gli asini parcheggiati nelle piazze ne approfittano per accoppiarsi indisturbati.
Tutti abbandonano le loro faccende e, come stregati da un invisibile flauto magico, si mettono in marcia. Persino il tabaccaio Abdelaziz, noto per la sua lentezza, sembra aver capito che oggi bisogna affrettarsi. Gli unici che restano impassibili davanti a questa improvvisa diaspora sono i soliti drogati di calcio che rimangono incollati come mosche alle sedie delle sale da tè a guardare le prodezze di Messi.
Il respiro si fa affannato, ma io corro. Anche se non so dove.
«Non fermarti, dobbiamo arrivare per primi.»
Nei sandali il sudore si mischia alla sabbia. Brucia, ma bisogna correre. Con un sorriso guardo i giochi di luce delle paillettes oro del mio gandora riflessi sui muri. All’improvviso il vento mi dà un po’ di sollievo e plasma con invisibili mani una musica lontana.
A intermittenza si sente un rumore di tamburi provenire dall’ultima moschea che segna la fine del paese. Finalmente scopro la mia meta. Le gambe si fanno dure, ma la curiosità addolcisce lo spirito. Per la prima volta dopo quasi sei mesi, scopro una parte nuova del paese dove di solito non si viene perché manca la luce elettrica. I fili stendibiancheria e le ciabatte all’entrata mi fanno capire che questi palazzi bui e non terminati, sono abitati. Una lacrima sale dal cuore all’occhio. Ormai questa gente è la mia gente.
Ma lo strato di sudore depositato sul cuoio ed un sasso che entra nei sandali mi richiamano al presente. I miei piedi domani vorranno una spiegazione per il maltrattamento che stanno subendo. Ed ecco. Subito arriva la ragione. Mi guardo la mano libera e vedo che il sudore ha iniziato a sciogliere l’henné. Poi sento che l’altra mano si libera dalla dolce stretta.
«Siamo arrivati. Respira. Ora puoi camminare.»


Dove ieri c’era solo sabbia e qualche osso animale, oggi ci sono grandi tende beduine. Con stupore noto che ci sono moltissimi cavalli.
Qui nessuno può permettersi un cavallo, animale nobile e costoso che sicuramente non sarebbe disposto a dormire all’aperto e a lavorare tutto il giorno come i mansueti asini. Le tende sono molto più belle rispetto alle comuni tende da matrimonio che popolano le notti tra danze e speranze. Con gli occhi pongo domande.
«È Fantasia.»
Fantasia? E cos’è Fantasia?
La mia mano ritorna ad essere guidata dalla dolce e sicura stretta. Il mio sguardo e i miei interrogativi vengono accompagnati lungo delle transenne che delimitano l’area adiacente all’ultima moschea del paese. Dietro di noi iniziano a intravedersi le sagome delle persone che avevano fatto da sfondo alla nostra corsa. Davanti a noi, un gruppo di ragazzi balla una danza rituale, tenendo tra le mani bastoni e tamburi. I loro corpi oscillano e le mani sinuose percuotono con perizia le pelli degli strumenti musicali.
I bambini sono già arrivati e iniziano a salutarmi con il solito francese.
«Salam aleikum. Labas? Labas.»
Come mi sento buffa. Mi piace vedere le loro espressioni stupite quando li saluto nella loro lingua. Uno sparo. Il respiro si ferma in gola. Poi guardo i bambini e vedo che sorridono. La mano che tiene la mia non mostra movimenti. Ok, è tutto tranquillo. Ma cosa succede? Qui non esistono armi, non ci sono cavalli e nessuno ha tende così belle. Poi penso che «è Fantasia». Decido di fidarmi. Come sempre.
Mi abbandono sulla transenna, aspettando il solito prezioso e impagabile momento in cui la mia fiducia ripagata viene a strizzarmi l’occhiolino. Mi isolo. Lascio che il mio gandora madido di sudore si faccia asciugare dal vento. Permetto all’amica sabbia di scompigliarmi i capelli. Con l’entusiasmo di un bambino, catturo col cuore ogni singolo dettaglio.
«Grazie per avermi portato con te.»
«Bsah7a.»
E così inizia Fantasia.


Uomini vestiti con candidi abiti bianchi rubano l’attenzione. Si avvicinano ai cavalli e li ornano con cura con colorate imbracature e selle di pelle conciata e decorata. Tra le bianche vesti si intravedono le sagome di lunghi fucili. Non mi va di chiedere spiegazioni. Voglio guardare e giocare con la mia fantasia.
La musica e le danze si arrestano. Ormai tutti sono arrivati e tentano di raggiungere le transenne. I più piccoli vengono lasciati passare, mentre gli anziani vengono sorretti dai giovani e fatti sedere sui loro sgabelli portati da casa.
La diaspora è finita. Tutto ora è fermo.
Persino il vento e la sabbia trattengono il fiato. Seguo la direzione degli sguardi e vedo che gli uomini bianchi sono schierati in sella ai loro destrieri. Sembrano dei principi usciti dai racconti de Le Mille e Una Notte e io mi sento come Shahryar prima che Shahrazād inizi un nuovo racconto nel racconto.
La mia mano torna di nuovo libera. Si inizia.
Un silenzio solenne si impossessa del paese e lascia far rumore solo alle mosche.
Uno sparo. I cavalieri gridano e si lanciano in una corsa feroce. Le loro mani non tengono le briglie. Come in un coro perfetto, tutti i loro fucili sparano all’unisono verso lo stesso invisibile punto nel cielo. La sabbia mossa dagli zoccoli forma nubi multiformi simili a panciuti jinn.


Finita la prima corsa, i cavalieri retrocedono al punto di partenza e compiono nuovamente il rito.
Mi volto e guardo i bambini. I loro sguardi sono rapiti. Alcuni hanno la bocca aperta. Altri battono le manine. Gli anziani orgogliosi indicano loro con il dito stanco i cavalieri bianchi.
Tutti sono contenti.
Tutto è in pace.
E io sono grata di prendere parte a questo momento magico che il tempo non potrà cancellare.
Oggi, molti anni dopo, una lacrima bagna queste parole e un sorriso la asciuga. Come una fotografia custodita come il più prezioso dei gioielli, questo momento vive ancora nella mia memoria. Non sapevo cosa fosse Fantasia, ma ho avuto il grande onore di sedere tra queste povere, ma ricche persone e toccare l’anima intangibile di una tradizione a loro tanto cara.
Tbourida: la memoria di una carica
Il termine tbourida rimanda alla polvere da sparo e allo sparo che conclude la corsa. La manifestazione, chiamata anche Fantasia, riprende in forma cerimoniale gesti dell’arte equestre e della tradizione guerriera del Maghreb, senza ridursi al ricordo di una sola guerra o di un unico invasore. Ogni gruppo di cavalieri, detto sorba, avanza in formazione sotto la guida di un capo; la qualità dell’esibizione dipende dall’intesa fra uomini e cavalli, dalla precisione della corsa e dalla simultaneità della salva finale. I cavalli sono preparati e bardati con grande cura, così come i cavalieri, che indossano abiti cerimoniali e portano fucili tradizionali.
Non è soltanto uno spettacolo. È un sapere tramandato attraverso l’allevamento e l’addestramento dei cavalli, la cura delle bardature, l’apprendimento dei gesti e la partecipazione della comunità. La tbourida accompagna feste e moussem in diverse regioni del Marocco; non tutte le manifestazioni seguono la stessa organizzazione, e non è corretto descriverle come eventi sempre improvvisati. Nel 2021 l’UNESCO ha iscritto la tbourida nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, riconoscendone il valore come pratica culturale vivente.
Eppure, mentre oggi posso raccontarne la storia, a Bouarfa non fu la perfezione della carica a commuovermi. Furono gli anziani che indicavano i cavalieri ai bambini, gli sgabelli portati da casa, le mani che mi avevano accompagnata fino alle transenne. Fu la felicità collettiva di un paese che, per qualche ora, aveva smesso di fare altro.
Anche se oggi ne conosco il significato e le modalità, non dimenticherò la prima volta che ho sentito il suo nome. «È Fantasia.» Non dimenticherò la corsa. Non dimenticherò lo sguardo delle persone davanti a questa magia. Una magia che non sta nei cavalieri e nei cavalli, ma negli occhi di chi la guarda. Così complicata da descrivere, così semplice da sentire. Ma forse non era magia, era semplice felicità. Tanto dolce quando la si prova, tanto amara quando la si ricorda.


La tbourida di Bouarfa è prima di tutto una festa vissuta insieme: l'attesa, il rumore, la polvere, i cavalieri e gli occhi di chi li aspetta. Non serve trasformare ogni gesto in spettacolo per comprenderne il valore.
In «I figli delle ustioni», un'altra festa marocchina insegna alla viaggiatrice che la felicità di una comunità può restare invisibile finché la si giudica soltanto con i propri parametri.
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Negli altopiani del Marocco orientale, Bouarfa racconta una storia di miniere, pastorizia e cultura Bni Guil. Attraverso due anni di vita sul posto, emerge una ricchezza fatta di relazioni, ospitalità e appartenenza alla terra.
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