L'apartheid devozionale: la violenza di casta nei templi del Tamil Nadu
Nei templi del Tamil Nadu, entrare a pregare può richiedere una scorta. Esclusione dei Dalit, violenza di casta e lotte per il diritto al sacro.
Francesca Pavesi
10/19/2026




La chiamano la terra dei grandi templi dravidici, un paradiso di torri monumentali e spiritualità amministrata dallo Stato. Ma basta superare la barriera dei selfie turistici per scoprire che, in alcuni villaggi del Tamil Nadu, l'accesso a Dio è ancora una questione di nascita, gerarchia e minacce. La linea di trincea attraversa lo stesso induismo: da una parte chi pretende di custodire il tempio come un privilegio ereditario, dall'altra i Dalit, cittadini ai quali la Costituzione riconosce diritti che troppo spesso devono conquistare davanti a un cancello sbarrato.
Sulla carta, la Costituzione indiana abolisce l'intoccabilità e la legge tutela l'accesso ai luoghi di culto pubblici (leggi La grande Bugia: tra ipocrisia statale e segregazione). Nei fatti, entrare in un tempio può richiedere una scorta di polizia. A Melpathi, nel distretto di Villupuram, il tempio Draupadi Amman rimase chiuso dal giugno 2023 dopo uno scontro sull'ingresso dei Dalit; riaprì nell'aprile 2025, con la polizia a proteggere i fedeli. A Thenmudiyanur, nel distretto di Tiruvannamalai, i Dalit entrarono nel tempio Muthumariamman nel gennaio 2023, dopo decenni di esclusione. Un anno più tardi, alcuni abitanti delle caste dominanti avevano collocato un nuovo idolo della stessa dea in un luogo separato e celebravano lì i propri riti. Si parlava anche di costruire un altro tempio: un progetto denunciato dai residenti Dalit, non un edificio già realizzato. È questa la ferocia del confine rituale: pur di non condividere uno spazio sacro, si tenta di spostare perfino la divinità.


La segregazione non si ferma al sagrato. In comunità dove proprietà della terra, lavoro e relazioni sociali si intrecciano con la casta, contestare una gerarchia religiosa significa sfidare anche un equilibrio di potere materiale. Le cronache dei conflitti sull'accesso ai templi documentano opposizioni organizzate, tensioni tra comunità e interventi delle autorità. Il fatto che cittadini debbano essere accompagnati dalla polizia per pregare nello stesso santuario degli altri è già una denuncia devastante.
Anche i numeri impongono di guardare oltre la cartolina. Secondo i dati del National Crime Records Bureau, in Tamil Nadu i casi di atrocità registrati contro persone appartenenti alle Scheduled Castes passarono da 1.144 nel 2019 a 1.921 nel 2023: circa il 68% in più. È un aumento delle denunce registrate, non una misura automatica di tutte le violenze effettivamente commesse. E la discriminazione raggiunge persino il percorso dei carri processionali: nel novembre 2025 la Madras High Court ordinò che il carro del tempio Muthukolakkiamman, nel villaggio di Puthagaram, attraversasse anche la zona abitata dai Dalit. Il giudice P. B. Balaji affermò che nessuna strada è indegna del carro e della divinità che trasporta, e che la tradizione non può diventare un alibi per discriminare. Il principio è elementare. La necessità di ribadirlo in tribunale è scandalosa.


Nel Tamil Nadu, l'Hindu Religious and Charitable Endowments Department (HR&CE) esercita funzioni amministrative su oltre 44.300 templi. Una macchina pubblica di queste dimensioni porta con sé una responsabilità enorme. I casi di accesso negato mostrano quanto possa essere difficile tradurre un diritto costituzionale in una pratica quotidiana, anche quando le autorità intervengono. E la gerarchia di casta si riproduce fuori dai santuari: il rapporto presentato nel 2024 dalla commissione guidata dall'ex giudice K. Chandru ha documentato e affrontato la discriminazione nelle scuole del Tamil Nadu, proponendo misure contro i simboli di casta e le disparità tra studenti. La stessa società che celebra l'uguaglianza davanti alla legge continua a insegnare ai bambini quanto possa pesare il cognome di famiglia (leggi Povero Mahatma Gandhi: lo shock del mito infranto).
Eppure è proprio dentro questo sistema che si apre una delle trincee più significative della resistenza. Il Tamil Nadu ha promosso la formazione di sacerdoti, gli archaka, provenienti da caste diverse, contestando il monopolio ereditario delle funzioni rituali. La Madras High Court ha ribadito nel 2023 che la nascita non può essere il criterio per scegliere un sacerdote: contano la formazione e la conoscenza delle pratiche e dei testi richiesti dal tempio, nel quadro delle regole religiose applicabili. La battaglia resta complessa, tra nomine contestate e ricorsi. Le lingue e i rituali variano secondo le tradizioni dei diversi templi. Ma il punto politico è dirompente. Se un giovane che la gerarchia di casta avrebbe voluto tenere lontano dall'altare può formarsi per officiare un rito, allora il privilegio comincia a perdere la sua maschera sacra. La fede diventa un terreno di scontro aperto, dove una nuova generazione rivendica, un mantra alla volta, il proprio diritto all'esistenza.


In SULUK, «La tasca dello sposo bambino» racconta l'incontro con Abdul Shakur, un giovane musulmano conosciuto come Shiva, nome della divinità induista. Dietro questa doppia identità si intravede una società in cui l'appartenenza religiosa può condizionare persino il modo in cui una persona viene chiamata e riconosciuta.
La sua vicenda, segnata da un matrimonio imposto e da una profonda solitudine, dialoga con le gerarchie raccontate nell'articolo: quando la nascita, il nome e l'appartenenza diventano strumenti di classificazione, il diritto di ciascuno a essere riconosciuto nella propria umanità rischia di soccombere alle convenzioni sociali.
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«Il suo nome è Abdul Shakur, ma tutti lo conoscono come Shiva.»
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