India: nuova colonia israeliana? Dal turismo alle scelte di Modi

Da Pushkar all’Himalaya, la crescente presenza israeliana racconta una storia che va ben oltre il turismo. Cosa cerca davvero Modi nell’alleanza politica e strategica con Israele?

Francesca Pavesi

11/1/2026

Continuavo a incontrarli. Nei luoghi più diversi, lungo itinerari che non sembravano avere nulla in comune, ricompariva la stessa nazionalità. Nei registri C-Form delle strutture ricettive, dove vengono comunicati alle autorità i dati degli ospiti stranieri, i nomi israeliani attiravano sempre più spesso la mia attenzione. Non in un solo villaggio.

I nomi che incontravo nei C-Form non erano un dato nazionale, ma la ripetizione era abbastanza insistente da spingermi a seguire una traccia: la presenza israeliana in alcuni luoghi dell’India e il suo intreccio con una relazione politica sempre più stretta tra Nuova Delhi e Tel Aviv.

Pushkar. Hampi. Rishikesh. Dharamkot, sopra McLeod Ganj, non lontano dalla città in cui vive il Dalai Lama. Kasol e la valle di Parvati. Posti diversi per storia, religione, paesaggio e vita quotidiana. Eppure tutti, da tempo, fanno parte della geografia dei viaggiatori israeliani. La domanda non è soltanto perché vengano qui. È che cosa succede quando un itinerario turistico diventa una presenza riconoscibile, un mercato, talvolta un pezzo dell’identità economica di un luogo.

Una presenza che cambia i luoghi

Le insegne in ebraico, i ristoranti che servono hummus, gli ostelli e i servizi rivolti a una clientela precisa raccontano una trasformazione concreta. In alcune località indiane il turismo israeliano ha creato un mercato riconoscibile, capace di orientare attività, linguaggi e abitudini commerciali. La domanda è chi tragga vantaggio da questa presenza, chi si adatti e a quali condizioni.

Le economie locali possono guadagnare da una clientela fedele, ma diventare anche vulnerabili quando una parte importante delle entrate dipende da un unico circuito turistico. Nella valle di Parvati, reportage del 2026 descrivono attività, menu e insegne modellati su questa domanda, insieme a pressioni sul territorio e a rapporti non sempre facili tra visitatori e residenti. La parola «colonia» diventa allora una domanda sui rapporti di forza economici e culturali, non la descrizione di un dominio territoriale.

La strada dell’hummus

La presenza israeliana in India non nasce con Narendra Modi e nemmeno con la guerra iniziata dopo il 7 ottobre 2023. Ha una storia lunga, legata anche ai viaggi dopo il servizio militare, alla ricerca di soggiorni economici e prolungati, alle reti di amicizia e al passaparola. Il cosiddetto Hummus Trail collega località che, sulle carte geografiche, non formano un itinerario ovvio: dal Rajasthan all’Himachal Pradesh, dai centri spirituali del Nord ai circuiti dei viaggiatori indipendenti nel Sud.

A Pushkar, città sacra hindu nel Rajasthan, la presenza di servizi rivolti agli israeliani si intreccia con un’economia turistica già profondamente internazionale. A Rishikesh il richiamo della spiritualità, dello yoga e dei soggiorni lunghi incontra comunità di visitatori provenienti da molti Paesi. A Hampi il patrimonio archeologico e la geografia dei viaggiatori indipendenti hanno creato un’altra forma di incontro. In Himachal Pradesh, soprattutto a Kasol e Dharamkot, l’impronta israeliana è diventata così riconoscibile da produrre soprannomi come «Mini Israel».

Non è soltanto una questione di consumo. Uno studio pubblicato nel 2025 ha interpretato i rapporti tra backpacker israeliani e comunità ospitanti dell’Himachal Pradesh come una forma di «diplomazia dello zaino»: legami quotidiani, familiarità e reciproca dipendenza che crescono al di fuori dei protocolli ufficiali. È un punto importante. Le relazioni tra popolazioni non coincidono automaticamente con quelle tra governi.

Nel 2026 operatori di Kasol e Dharamkot hanno raccontato alla stampa un calo degli arrivi israeliani, tra guerra regionale e difficoltà nei collegamenti. Anche questo è significativo: quando un luogo si organizza attorno a una clientela riconoscibile, la sua assenza si sente nelle attività quotidiane. La presenza che ho osservato nei C-Form riguarda i luoghi e i periodi del mio viaggio; il peso economico di quel turismo, invece, emerge anche dalle testimonianze raccolte sul posto dai cronisti.

Il punto di svolta non è un ostello. È Nuova Delhi.

Nel febbraio 2026 Narendra Modi si è recato in Israele e, insieme a Benjamin Netanyahu, ha elevato il rapporto bilaterale a «Special Strategic Partnership for Peace, Innovation and Prosperity». Le parole ufficiali sono solenni, ma gli interessi elencati sono estremamente concreti: difesa, sicurezza informatica, intelligenza artificiale, semiconduttori, agricoltura, gestione dell’acqua, commercio e investimenti.

L’avvicinamento risponde anche a una scelta indiana. Modi cerca tecnologia, capacità industriale, collaborazione militare e vantaggi strategici. Israele offre competenze e imprese che Nuova Delhi considera preziose. È un’alleanza perseguita attivamente dal governo indiano, con responsabilità politiche che non possono essere attribuite soltanto a Tel Aviv.

Nel novembre 2025 è stato firmato un memorandum sulla cooperazione nella difesa. Nel febbraio successivo i due governi hanno rilanciato anche la collaborazione sulle tecnologie emergenti e i negoziati per un accordo di libero scambio. Qui l’interesse di Modi è leggibile nei documenti, senza bisogno di indovinargli le intenzioni: rafforzare la capacità tecnologica e industriale indiana, diversificare le relazioni e utilizzare il partenariato come strumento di politica economica e di sicurezza.

Da Gandhi a Modi: che cosa è cambiato?

La storia rende questa convergenza ancora più significativa. Nel 1938 Gandhi (leggi l'articolo Povero Mahatma Gandhi: lo shock del mito infranto) scrisse contro l’imposizione di una soluzione politica alla Palestina a danno degli arabi che vi abitavano, pur esprimendo solidarietà per la persecuzione degli ebrei. Nel 1947 l’India votò contro il piano di partizione delle Nazioni Unite. Nel 1988 riconobbe lo Stato di Palestina.

L’India di oggi non ha formalmente cancellato quel riconoscimento, né ha rinunciato nelle dichiarazioni ufficiali alla soluzione dei due Stati. Eppure ha approfondito la collaborazione con Israele, compresa quella militare. È una coesistenza politica, non un semplice cambio di bandiera: sostegno diplomatico alla causa palestinese da un lato, interessi strategici israeliani dall’altro.

È qui che l’eredità anticoloniale dell’India incontra una contraddizione politica: il Paese che ha costruito parte della propria identità sulla liberazione dal dominio britannico approfondisce la cooperazione militare con Israele mentre la questione palestinese resta al centro di gravissime contestazioni sul rispetto del diritto internazionale.

Nazionalismi, sicurezza e controllo

Modi guida il BJP, legato al progetto politico dell’Hindutva, che attribuisce all’identità hindu un ruolo centrale nella definizione della nazione. Nella destra israeliana esistono correnti che assegnano all’identità ebraica una centralità analoga nello Stato. Le storie dei due nazionalismi sono diverse, ma entrambi pongono questioni urgenti sul posto delle minoranze e sull’uso politico della sicurezza.

Le somiglianze politiche meritano domande concrete: come viene definita l’appartenenza nazionale? Quale spazio resta alle minoranze religiose? Quale ruolo assumono sicurezza e controllo del territorio nel discorso pubblico? Gli accordi sulla difesa rendono ancora più urgente osservare i rapporti fra queste scelte politiche e le tecnologie acquistate o sviluppate insieme (leggi L'ombra della discriminazione dietro la favola spirituale).

Il Kashmir entra in questo confronto per la sua storia di autonomia revocata, militarizzazione e conflitto. La sua vicenda giuridica e storica è diversa da quella palestinese; accostarle può servire a interrogare le politiche di sicurezza e il trattamento delle popolazioni, purché non si spaccino analogie politiche per identità di situazioni.

L’altra direzione: i lavoratori indiani in Israele

I movimenti tra i due Paesi non sono fatti soltanto di israeliani che raggiungono l’India per viaggiare. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha fortemente limitato l’accesso di lavoratori palestinesi, mentre ha cercato manodopera altrove. Nel febbraio 2026 i governi indiano e israeliano hanno concordato la possibilità di accogliere fino a 50.000 ulteriori lavoratori indiani nell’arco di cinque anni.

La quota concordata è una possibilità di ingresso nell’arco di cinque anni, non un conteggio di persone già trasferite. Il suo significato politico è comunque evidente: mentre l’accesso al lavoro in Israele è stato drasticamente ridotto per molti palestinesi, il governo israeliano amplia i canali di reclutamento all’estero. Le condizioni di impiego e le tutele dei nuovi lavoratori diventano parte della stessa discussione.

Il commercio che non compare sulle cartoline

Nel luglio 2026 Amnesty International ha pubblicato un’indagine sulle esportazioni dall’India al settore militare israeliano. Analizzando dati commerciali relativi al periodo dal 7 ottobre 2023 al 30 novembre 2025, l’organizzazione ha identificato almeno 2.596 spedizioni di armi, munizioni, parti e componenti. Amnesty sostiene che tali trasferimenti comportino rischi di complicità in gravi violazioni del diritto internazionale e chiede all’India di interromperli.

Il contrasto politico è evidente: Nuova Delhi continua a dichiarare sostegno alla causa palestinese mentre imprese indiane, comprese aziende statali individuate da Amnesty, partecipano all’approvvigionamento del comparto militare israeliano.

Se vogliamo capire gli interessi di Modi, è qui che bisogna guardare: agli accordi, alle fabbriche, alle tecnologie, ai flussi di lavoratori. Non soltanto alle fotografie delle visite ufficiali. E neppure soltanto alle insegne in ebraico di una strada di montagna.

Chi cambia davvero chi?

Resta la questione da cui sono partita: i viaggiatori. In un villaggio, una clientela fedele può sostenere famiglie, attività e occupazione. Può anche rendere un’economia fragile, se finisce per dipendere da un solo mercato. Può produrre familiarità autentica e, nello stesso tempo, spazi commerciali che sembrano rivolgersi più agli ospiti che ai residenti. Le due cose non si escludono.

I viaggiatori israeliani che incontro non coincidono con il governo Netanyahu. Ma la loro presenza produce effetti osservabili: attività che si specializzano, luoghi che vengono raccontati e venduti attraverso una clientela nazionale, economie che si espongono ai suoi arrivi e alle sue assenze.

Nel febbraio 2026, durante la visita in Israele, Modi ha insistito anche sui rapporti tra le persone. Il turismo e gli scambi non sono un dettaglio estraneo alla politica estera: i governi li riconoscono come una delle dimensioni del rapporto bilaterale.

Dalle strade agli accordi

La parola «colonia» nasce dalle scene incontrate lungo il viaggio: nomi ripetuti nei registri, insegne, ristoranti, quartieri e località che sembrano modellarsi sulle aspettative di visitatori israeliani. Il quadro politico amplia la domanda: oltre alle rotte turistiche ci sono accordi sulla difesa, trasferimenti di tecnologia, esportazioni militari e nuovi flussi di lavoratori.

La domanda che mi interessa è un’altra: perché un Paese che ha fatto dell’indipendenza dal dominio coloniale uno dei fondamenti della propria storia sceglie oggi di approfondire così tanto la collaborazione con Israele, mentre la questione palestinese continua a interrogare il diritto internazionale? E quale idea di India sta cercando di realizzare Modi attraverso queste alleanze?

I viaggiatori che incontro lungo la strada non possono rispondere al posto dei governi. Ma possono costringermi a guardare dove, altrimenti, non avrei guardato. Una registrazione su un modulo, un’insegna, un ristorante, una conversazione in una lingua inattesa: a volte la geopolitica comincia proprio lì, nella vita quotidiana, prima ancora di arrivare sulle scrivanie dei ministri.

Il governo indiano ha scelto di stringere il rapporto con Israele. È una scelta che si misura negli accordi, nelle fabbriche, nei commerci e nelle conseguenze politiche, ben oltre le fotografie delle visite ufficiali.

Dopo Pushkar, Hampi e le valli himalayane, la domanda che mi porto dietro riguarda il potere: che cosa sta costruendo Modi attraverso l’alleanza con Israele, e chi ne riceverà i benefici o ne sopporterà i costi?

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