Le vedove di Vrindavan: come il tabù alimenta l’economia della devozione
A Vrindavan il canto delle vedove accompagna i pellegrini. Dietro i sari bianchi, una storia di abbandono, offerte e diritti negati.
Francesca Pavesi
10/20/2026




Il sacro a Vrindavan ha il suono metallico dei manjira, i piccoli cimbali percossi da mani segnate dall’età. All’ombra dei templi, donne avvolte nel cotone bianco cantano i nomi di Radha e Krishna. Il loro canto accompagna i pellegrini e alimenta l’atmosfera religiosa della città. Per alcune è un atto di fede; per altre è anche il mezzo per ottenere poche rupie, un pasto, una giornata in più al riparo dalla fame. Qui la devozione e la sopravvivenza si incontrano nello stesso gesto, e proprio questa sovrapposizione rende possibile un’economia costruita sulla vulnerabilità.
Molte delle vedove che hanno raggiunto Vrindavan provengono dal Bengala Occidentale, dove il culto di Krishna ha radici profonde, legate anche alla tradizione devozionale di Chaitanya Mahaprabhu. Alcune sono arrivate per scelta religiosa, altre dopo essere state abbandonate o spinte lontano dalla famiglia. La città santa offre una comunità a donne che altrove hanno perso insieme al marito il reddito, la posizione sociale e talvolta perfino il diritto di occupare uno spazio nella propria casa. Il pellegrinaggio, in queste condizioni, può diventare il nome spirituale dato a un esilio.


Il sari bianco, la rinuncia agli ornamenti e le restrizioni imposte alle vedove appartengono a pratiche sociali differenti per regione e ambiente. Quando vengono applicate come obblighi, trasformano un lutto in una condanna che investe il corpo intero. L’idea che la vedova porti sfortuna e debba ritirarsi dalla vita comune continua a pesare su molte esistenze. A Vrindavan quella stessa condizione che rende una donna marginale altrove la inserisce in un paesaggio riconoscibile: file di sari bianchi, canti collettivi, ashram e donazioni. La sofferenza diventa visibile, e la visibilità attira denaro.
Questa realtà è stata documentata dalle istituzioni indiane. Una relazione della Commissione nazionale per le donne ha descritto i bhajan ashram come strutture bisognose di un controllo sulle attività e sulle transazioni finanziarie. Un altro rapporto ufficiale ha denunciato la commercializzazione di alcuni ashram e la falsificazione dei dati utilizzati per ingannare autorità e benefattori, mentre alle donne venivano sottratte quote di riso e vestiario loro destinate. È una constatazione molto più grave di una semplice impressione raccolta nei vicoli: il problema della gestione delle offerte e dell’assistenza è entrato nei documenti pubblici del Paese.


Nel 2017 la Corte Suprema dell’India ha affrontato la condizione delle vedove di Vrindavan richiamando il diritto a vivere con dignità, garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Nella ricostruzione del caso, la sentenza cita un’inchiesta del 2007 che raccontava di donne pagate circa 18 rupie per sette o otto ore di bhajan, costrette poi a mendicare per integrare quel compenso. È un dato storico riportato dalla Corte, non una tariffa da attribuire indistintamente agli ashram di oggi. Ma rende evidente quanto la preghiera possa essere trasformata, per chi non dispone di altre risorse, in una prestazione necessaria alla sopravvivenza.
Il lessico religioso aiuta a comprendere il meccanismo. Seva significa servizio devozionale; dakshina indica una forma di offerta o compenso rituale. Parole che possono esprimere generosità e dedizione, ma che non risolvono da sole la questione materiale: chi canta per mangiare può davvero scegliere di smettere? Chi gestisce le donazioni risponde del loro impiego? Chi vive nell’ashram conosce le risorse raccolte anche grazie alla sua presenza? Sono domande che attraversano l’organizzazione della carità, la distribuzione del potere e la libertà concreta delle donne.


Il governo indiano ha riconosciuto la necessità di intervenire. Nei programmi di assistenza per donne in condizioni difficili sono stati previsti alloggi, alimentazione, cure, consulenza e sostegno al reinserimento; la vicenda di Vrindavan ha prodotto indagini, ispezioni e indicazioni giudiziarie. Questi interventi hanno contribuito a migliorare alcuni servizi, ma mostrano anche quanto fosse profonda la crisi che li ha resi necessari. La carità privata può alleviare la miseria; una vita dignitosa richiede inoltre diritti, controllo delle risorse e la possibilità di decidere per sé.
Attorno alle vedove circola un’immagine potentissima: le “madri” in sari bianco, consacrate alla preghiera, lontane dagli interessi del mondo. È un’immagine capace di muovere la pietà dei pellegrini e dei donatori. Proprio per questo può diventare un dispositivo di raccolta fondi nel quale le donne sono al centro della rappresentazione e ai margini delle decisioni. Le irregolarità documentate dalla Commissione nazionale per le donne rendono necessaria una domanda precisa: quanta parte della generosità raccolta in loro nome torna davvero nelle loro mani?
Ho visto le vedove del Bengala sedute nella veranda dell’ashram di Pookie Baba, con le mani consumate dal tempo, cantare l’amore eterno per un dio invisibile sotto lo sguardo dello staff. Quell’immagine non mi ha lasciata. Nella ripetizione del canto c’erano insieme disciplina, stanchezza e devozione. Il turista può ascoltare qualche minuto, commuoversi e proseguire verso il tempio successivo. Le donne restano lì, quando il visitatore se n’è andato e il suono dei cimbali continua.
A Vrindavan il Radhe Radhe è preghiera, saluto, richiamo commerciale. La città può vendere un’esperienza di spiritualità intensa proprio mentre una parte delle persone che la rendono riconoscibile vive in condizioni di dipendenza. Il punto più feroce del sistema è questo: il bisogno delle vedove può diventare la ragione per cui altri donano, mentre il controllo su quel denaro rimane lontano da loro. La dignità comincia quando quelle donne cessano di essere soltanto un simbolo della devozione e diventano destinatarie effettive delle risorse, delle tutele e delle scelte che le riguardano.
È una contraddizione che approfondisco negli articoli dedicati a Pookie Baba e al Business della fede, dove il confine tra devozione, rappresentazione della spiritualità e gestione delle donazioni diventa parte centrale del racconto.


In SULUK, l'incontro con una donna malata su un marciapiede di Delhi costringe la viaggiatrice a interrogarsi sul significato della compassione. Tra paura, rabbia e pietà, emerge il rapporto ambiguo tra chi soffre e chi osserva, convinto di poter alleviare tutto con un'offerta.
Il viaggio continua così fino alle vedove di Vrindavan, dove la devozione incontra il denaro delle donazioni. Perché la generosità può diventare anche uno strumento per sentirsi migliori, mentre la vita di chi riceve rimane sospesa tra dipendenza e invisibilità.
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