Karma digitale: Pookie Baba e la spiritualità nell’India degli smartphone
A Vrindavan, Pookie Baba trasforma la predicazione in meme. Tra smartphone, povertà, patriarcato e donazioni digitali, l’economia della spiritualità social.
Francesca Pavesi
10/31/2026




Non serve entrare in un tempio per incontrare il misticismo dell’India contemporanea; a me è bastato salire a bordo di un risciò. Nel traffico di Vrindavan, tra clacson e polvere, il conducente aveva gli occhi incollati a uno schermo: stava guardando Pookie Baba. Non un testo sacro, non una preghiera recitata in silenzio. Un video. Uno di quei frammenti di predicazione trasformati in intrattenimento, pronti per essere condivisi, commentati, imitati. Benvenuti nel teatro della spiritualità social: il sacro viaggia alla velocità dello scorrimento del pollice, tra una foto di viaggio e un video ironico.
La scena mi ha colpita soprattutto per il contesto. A Vrindavan ho visto famiglie vivere per strada, bambini senza servizi igienici e adulti con uno smartphone in mano, talvolta persino un iPhone. Non è una contraddizione da liquidare con la solita battuta sui poveri che comprano telefoni: un dispositivo può essere usato, regalato, comprato a rate, indispensabile per lavorare. La contraddizione è politica e materiale, non morale: si può essere raggiunti da un video in alta definizione senza avere accesso a un bagno. La connessione arriva dove i servizi essenziali non arrivano. E su quello schermo, intanto, il guru trova sempre posto.


Pookie Baba è il soprannome social di Aniruddhacharya, predicatore religioso legato al Gauri Gopal Ashram di Vrindavan. Il nomignolo, preso dal linguaggio affettuoso e ironico dei social, è già un cortocircuito culturale e un capolavoro di marketing involontario: un’autorità spirituale trasformata in personaggio adorabile, riconoscibile, riproducibile. La sua notorietà è alimentata da clip brevi, risposte fulminanti, scambi con il pubblico e battute che si prestano perfettamente alla circolazione virale. Non è più necessario ascoltare un discorso intero. Basta un minuto, possibilmente il più assurdo. Il maestro spirituale diventa un algoritmo virale, pronto a strappare un sorriso anche a chi non crede a una sola parola.
La religione indiana non ha mai vissuto soltanto di raccoglimento silenzioso. Canti, racconti, feste e predicazione pubblica fanno parte della sua storia. La novità è il sistema di distribuzione: il guru non parla più soltanto a chi è davanti a lui, ma a un pubblico che lo incontra mentre cerca ricette, barzellette o video di gatti. La piattaforma non distingue la devozione dalla comicità; premia ciò che trattiene lo sguardo. E il predicatore che sa diventare meme ha una possibilità in più di diventare celebrità.


Uno degli episodi che hanno alimentato la notorietà online di Aniruddhacharya riguarda i biscotti industriali, ribattezzati con un gioco di parole tra «biscuit» e «vish ki kit», un presunto «pacchetto di veleno». Non è una leggenda inventata dai suoi detrattori: la battuta e il soprannome «Biscuit Baba» sono documentati dalla stampa indiana. Ma il teatro televisivo si è spinto ben oltre i biscotti. In una trasmissione di TV9 Bharatvarsh dell'11 aprile 2025, il predicatore ha sostenuto che il grano recuperato dallo sterco di una mucca, lavato, essiccato e trasformato in farina per preparare una focaccia rituale, potrebbe favorire il concepimento. Gli interlocutori hanno contestato il rimedio. La scena di uno studio televisivo in cui entra in gioco lo sterco bovino, che ho visto personalmente, non è un'invenzione satirica: la controversia sul rimedio è documentata anche dalla stessa emittente. Quello che non risulta dimostrato è alcun beneficio medico di una simile pratica. È qui che il teatro dell’assurdo smette di essere folklore: si parla di salute riproduttiva davanti a un pubblico enorme, con la disinvoltura di chi non deve produrre prove.


Su questo terreno l’ironia non è innocua. Una battuta pronunciata da un comico resta, in linea di principio, una battuta. Una battuta pronunciata da chi viene ascoltato come guida morale può diventare un consiglio di vita, una prescrizione, un giudizio sulle persone. Il formato leggero disinnesca la diffidenza: prima si ride, poi si assorbe il messaggio. È il talk show della consolazione immediata, nel quale questioni familiari, ansie quotidiane e regole di comportamento vengono ridotte a risposte rapide, pronunciate con l’autorità di chi sembra non dubitare mai.
Il cortocircuito diventa molto meno divertente quando si parla di donne. Nel luglio 2025 alcune affermazioni di Aniruddhacharya sul matrimonio e sulle donne non sposate a venticinque anni hanno provocato proteste e una vasta polemica. Le dichiarazioni lasciavano intendere che molte donne arrivate a quell’età senza sposarsi avessero già avuto numerose relazioni e fossero quindi giudicabili moralmente. Il predicatore ha poi chiesto scusa, sostenendo che alcuni video fossero stati tagliati e che non intendesse riferirsi a tutte le donne. Nel dicembre 2025 la stampa indiana ha riferito che un tribunale aveva accolto una denuncia privata relativa a quelle dichiarazioni, avviando l’esame della vicenda. Non è una condanna penale, e non va raccontata come tale. Ma il contenuto del dibattito è inequivocabile: un discorso che sorveglia la sessualità femminile continua a trovare un palcoscenico enorme, anche quando indossa la maschera del personaggio simpatico.


Ecco il patriarcato col sorriso, in versione reel. Non ha bisogno di presentarsi come una vecchia imposizione: può sorridere, scherzare, farsi montare con una musica buffa e raccogliere cuori sotto il video. La modernità della piattaforma non rende moderno ciò che viene detto. Uno smartphone di ultima generazione può trasmettere idee sociali vecchissime, e farlo con un’efficienza che un predicatore di un secolo fa non avrebbe nemmeno immaginato.
C’è poi la questione del denaro. Un grande seguito online genera attenzione, visibilità, inviti, relazioni e occasioni di raccolta fondi. Le donazioni digitali rendono il gesto immediato: non occorre più raggiungere un luogo sacro, basta un codice QR o un collegamento. Il punto non è scambiare la notorietà per una prova di frode, ma pretendere risposte su un sistema che raccoglie denaro nel nome della fede. La domanda è precisa: quando una figura religiosa diventa un marchio mediatico, chi controlla la distanza tra la missione spirituale, l’assistenza sociale, le entrate delle organizzazioni e l’immagine pubblica del guru? La trasparenza non è un insulto alla fede. È ciò che impedisce alla fede di diventare un alibi.


Vrindavan rende questa domanda ancora più aspra. È una città attraversata da pellegrinaggi, offerte, commerci e profonde vulnerabilità sociali, comprese quelle di molte donne anziane che vi cercano accoglienza. Le condizioni delle vedove nei bhajan ashram della città sono state oggetto di denunce e interventi istituzionali: sarebbe irresponsabile confondere tutte le strutture e tutti i responsabili, ma sarebbe altrettanto comodo usare questa distinzione per ignorare il sistema (leggi Le vedove di Vrindavan: come il tabù alimenta l’economia della devozione). La questione strutturale è feroce: la sofferenza può diventare un’immagine potentissima per mobilitare donazioni, mentre chi dona spesso non possiede strumenti semplici per seguire ogni rupia fino alla sua destinazione.
Il paradosso diventa ancora più tagliente quando il tema è la medicina. Nell'agosto 2026 sono circolate immagini di Aniruddhacharya in una struttura sanitaria a Chicago, e la visita ha provocato una polemica sulle sue precedenti dichiarazioni favorevoli a rimedi tradizionali a base di prodotti bovini. India Today ha raccontato proprio questo contrasto. Il problema non è che un predicatore si rivolga alla medicina moderna: il problema è l'asimmetria: al pubblico si possono proporre rimedi non dimostrati, mentre per la propria salute si ricorre a strumenti clinici. La domanda più scomoda resta lì, senza bisogno di conoscere una diagnosi: perché la verifica scientifica dovrebbe valere per chi predica e non per chi ascolta?


Resta il dato culturale più disturbante: la fede si è adattata perfettamente al linguaggio del consumo. L’autorità viene misurata anche in visualizzazioni, la battuta diventa insegnamento, la controversia produce altra notorietà. Perfino chi deride Pookie Baba può contribuire a renderlo più visibile. Il meme è una macchina che non distingue l’adorazione dallo scherno: incassa entrambi sotto forma di attenzione.
Ripenso al conducente del risciò, al telefono acceso, alle famiglie incontrate per strada, ai bambini senza servizi igienici. Ho visto però il contrasto, e non c'è bisogno di conoscere i conti correnti di nessuno per riconoscerlo: la tecnologia più sofisticata entra nella vita quotidiana anche dove mancano condizioni materiali elementari. Su quei piccoli schermi la spiritualità è diventata un prodotto incessante, capace di occupare il tempo, assorbire attenzione e trasformare una battuta in autorità. La rete funziona. I servizi essenziali, non sempre. E l'algoritmo, nel frattempo, continua a predicare.
Mentre lascio Vrindavan, con il clacson del risciò che riprende a pompare nelle orecchie, guardo per l'ultima volta lo schermo del mio telefono. L'algoritmo, che ormai ha capito tutto, mi propone l'ennesimo reel di "Pookie Baba" che sorride sornione davanti a una folla oceanica.
Venire fin qui mi ha lasciato una consapevolezza spiazzante: il misticismo dell'India non è sparito, ha solo cambiato indirizzo. Ha abbandonato l'ascesi silenziosa e i testi sacri per traslocare dentro i server di Bangalore. Viaggiare oggi con occhio antropologico significa accettare questo cortocircuito. Significa accettare che tra i vicoli della città più sacra a Krishna, la linea che separa la devozione millenaria dal marketing più spietato non sia più tracciata sulla sabbia dei fiumi, ma scorra liscia sul display di uno smartphone, un "segui" e un codice QR alla volta.


In SULUK, tra le mura di un tempio del Tamil Nadu, la viaggiatrice incontra un uomo convinto di dover intervenire sul suo karma. La sua insistenza trasforma una visita in un confronto serrato, dove fede, diffidenza e interessi personali sembrano confondersi.
Il viaggio continua così oltre le apparenze della spiritualità indiana. Perché dietro un gesto, una benedizione o una richiesta può nascondersi qualcosa di inatteso, capace di mettere in discussione tanto chi offre il sacro quanto chi pretende di riconoscerlo.
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