Le regole nascoste di Jemaa el-Fna: se sembra caos, perché funziona?

Cerchi di spettatori, cantastorie, speziali, mestieri e turismo: Jemaa el-Fna sembra caos finché non si comincia a leggerne la grammatica nascosta.

Francesca Pavesi

10/24/2026

La prima volta che si entra a Jemaa el-Fna si ha l'impressione che tutto stia accadendo contemporaneamente. Tamburi gnawa, richiami, fumo delle griglie, motorini che cercano un varco, bicchieri di succo d'arancia, donne con l'henné, venditori, incantatori di serpenti, musicisti, guaritori, indovini, turisti che fotografano altri turisti. Qualcuno sta arrivando, qualcuno sta smontando, qualcuno occupa uno spazio che pochi minuti prima sembrava non esistere. Intorno a un uomo comincia a formarsi un cerchio. Dieci metri più in là ne nasce un altro. Una voce sale sopra le altre e per qualche minuto riesce a possedere un pezzo di piazza.

Vista dall'alto, Jemaa el-Fna sembra un incidente urbanistico permanente. Eppure funziona.

Funziona da secoli abbastanza bene da essere diventata uno dei simboli di Marrakech e da essere riconosciuta non soltanto come luogo fisico, ma come spazio culturale. Nel 2001 Jemaa el-Fna fu proclamata dall'UNESCO Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità; nel 2008 il suo spazio culturale entrò nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Ciò che viene protetto non è semplicemente il pavimento della piazza. Sono le pratiche che continuano a produrla: racconto orale, musica, spettacolo, commercio, medicina tradizionale, divinazione, predicazione, cucina, incontro.

Forse allora il problema è il nostro sguardo. Forse Jemaa el-Fna sembra caotica soltanto perché non sappiamo leggerne le regole.

Il cerchio crea il palco

In un teatro occidentale lo spazio viene prima dello spettacolo. C'è un palco, ci sono delle sedie, esiste un confine preciso tra chi guarda e chi viene guardato. Nella ḥalqa accade quasi il contrario.

La parola significa cerchio, anello. Il performer occupa uno spazio e intorno a lui le persone cominciano a fermarsi. Il cerchio degli spettatori crea il limite della rappresentazione: fuori continua la piazza, dentro nasce temporaneamente un altro mondo. Cantastorie, acrobati, musicisti arabi e amazigh, gruppi gnawa e veggenti hanno lavorato quotidianamente davanti a pubblici locali, regionali e stranieri proprio nella forma della ḥalqa. Non servono muri né sipario: l'architettura è fatta di corpi.

E soprattutto non è stabile. Il cerchio può crescere, stringersi, deformarsi, perdere persone, conquistarne altre. Quando l'attenzione scompare, scompare anche il palco. A Jemaa el-Fna lo spazio non viene semplicemente occupato: deve essere continuamente meritato.

La moneta prima del denaro

È qui che comincia una delle economie più interessanti della piazza. Prima del dirham viene l'attenzione.

Chi lavora dentro una ḥalqa compete con decine di altri stimoli. A pochi metri può esserci un musicista più rumoroso, un'altra storia, una risata, una folla più grande, qualcosa che il passante decide improvvisamente di seguire. Il pubblico non è prigioniero di una poltrona e non ha comprato un biglietto. Può andarsene in qualsiasi momento.

Il performer deve quindi leggere il cerchio mentre lo costruisce. La tradizione orale della piazza vive di questa relazione: parola e gesto vengono combinati per insegnare, divertire e incantare; antiche trame vengono adattate al presente e improvvisate per renderle accessibili a pubblici nuovi. Il pubblico, dunque, non è soltanto pubblico. È parte del meccanismo.

Una storia senza persone che si fermano è soltanto una voce nella piazza. Una storia capace di costruire un cerchio diventa una ḥalqa. Jemaa el-Fna sembra vendere spettacoli. In realtà commercia prima di tutto in una risorsa molto più fragile: il tempo degli altri.

Una piazza, cento mestieri

Ridurre Jemaa el-Fna agli incantatori di serpenti sarebbe come descrivere una città parlando dei suoi semafori.

La piazza concentra mestieri e pratiche differenti: narratori, poeti, musicisti amazigh, danzatori gnawa e suonatori di senthir, venditori d'acqua e di frutta, tatuatrici all'henné, guaritori, indovini, predicatori, commercianti e cucinieri. Cura tradizionale, divinazione, intrattenimento e commercio convivono nello stesso spazio dall'arco della giornata fino a notte inoltrata.

Questa convivenza è importante perché Jemaa el-Fna non è nata per essere osservata. È nata per essere usata.

Si viene per mangiare, vendere, ascoltare, incontrare, guadagnare, chiedere qualcosa, raccontare qualcosa, farsi leggere il futuro o semplicemente guardare ciò che sta accadendo. E ogni mestiere produce una relazione diversa con lo spazio. Il venditore ha bisogno del passaggio. Il musicista del pubblico. Il narratore di un cerchio abbastanza saldo da trattenere la voce. Il banco alimentare ha bisogno di superficie, sedute, fumo, movimento. La piazza diventa così una continua negoziazione tra attività che dipendono tutte dallo stesso bene limitato: lo spazio occupabile.

Il caos comincia ad assomigliare a un'economia.

L'alfabeto che non sappiamo leggere

Poi ci sono le merci. Basta allontanarsi di poco dalla piazza e penetrare nei souk perché il linguaggio cambi ancora. Radici, foglie, semi, cortecce, resine, polveri e spezie si accumulano davanti agli occhi di chi passa. Per chi non conosce quel sapere possono sembrare soltanto materia colorata. Per l'erborista sono differenze.

È un sapere fatto di nomi, parti vegetali, provenienze, preparazioni, associazioni e usi tramandati. Possiamo chiamarlo un alfabeto delle spezie: non perché qualcuno abbia assegnato una lettera alla cannella e un'altra al cumino, ma perché un alfabeto trasforma segni apparentemente insignificanti in un sistema comprensibile a chi ne conosce il codice.

Una radice è diversa da un'altra. Una foglia possiede un nome. Una preparazione richiede una combinazione. Un sapere distingue ciò che lo sguardo inesperto confonde. Ancora una volta Jemaa el-Fna e ciò che le cresce intorno sembrano ripetere la stessa domanda: quanto di ciò che chiamiamo disordine è semplicemente un linguaggio che non sappiamo leggere?

La piazza cambia pelle

Poi arriva il pomeriggio e Jemaa el-Fna comincia a trasformarsi. Non è soltanto una questione di luce. Cambiano le attività, cambia la densità, cambia il pubblico, cambiano gli odori e soprattutto cambia il valore dello spazio. Le attività commerciali della giornata convivono progressivamente con una presenza sempre più forte di ristorazione e spettacolo; la piazza continua a funzionare fino a notte inoltrata.

È quasi un ecosistema sottoposto a migrazione quotidiana. Alcune presenze arretrano. Altre avanzano. Si montano strutture, compaiono tavoli, salgono fumo e voci. Lo stesso metro quadrato può avere funzioni differenti a poche ore di distanza.

E questa è forse una delle regole più difficili da vedere: Jemaa el-Fna non possiede una sola geografia. La produce continuamente.

Quando il caos deve essere protetto

Poi qualcuno decide che tutto questo è patrimonio dell'umanità. Ed è qui che la storia diventa paradossale.

Come si protegge qualcosa che sopravvive proprio perché cambia? Una moschea può essere restaurata. Un manoscritto può essere conservato in condizioni controllate. Un oggetto può entrare in un museo. Ma cosa si fa con una piazza la cui materia fondamentale è composta da persone che arrivano, lavorano, raccontano, guadagnano, competono per l'attenzione, invecchiano, smettono e dovrebbero essere sostituite da qualcuno disposto a imparare ciò che sapevano fare?

Il riconoscimento internazionale non arrivò dal nulla. Nel giugno 1997 Marrakech ospitò una consultazione internazionale UNESCO sulla preservazione degli spazi culturali popolari. Al centro dei lavori c'era proprio Jemaa el-Fna: gli esperti esaminarono uno studio interdisciplinare sulla piazza e discussero la possibilità di creare un programma dedicato al patrimonio orale dell'umanità. Da quella consultazione nacque la raccomandazione di istituire una distinzione internazionale capace di riconoscere forme di patrimonio che non potevano essere protette come semplici monumenti. Pochi anni dopo sarebbe nato il programma dei Capolavori del patrimonio orale e immateriale dell'umanità.

Il paradosso diventa allora ancora più interessante: Jemaa el-Fna non è soltanto un luogo che l'UNESCO ha deciso di proteggere. La difficoltà stessa di proteggere uno spazio vivo come Jemaa el-Fna contribuì a cambiare il modo in cui il patrimonio immateriale veniva pensato a livello internazionale.

Oggi quella difficoltà è ancora visibile. Il numero dei cantastorie è diminuito, mentre turismo, trasformazioni sociali ed espansione delle attività commerciali hanno modificato gli equilibri della piazza. La stessa documentazione UNESCO registra il rischio di folklorizzazione: quando una pratica viva diventa patrimonio riconosciuto e attrazione internazionale, la protezione può darle visibilità e contemporaneamente trasformare il contesto nel quale quella pratica aveva senso.

Ed eccoci al punto: conservare Jemaa el-Fna non significa congelarla. Significa tentare di mantenere vivo il sistema di relazioni che permette alla piazza di continuare a prodursi.

Quando l'autenticità diventa uno spettacolo

Il turismo aggiunge un'altra presenza alla piazza: lo spettatore che arriva sapendo già cosa dovrebbe vedere.

Jemaa el-Fna è diventata un'immagine prima ancora di essere raggiunta. Serpenti, lanterne, fumo, tramonto, bancarelle, terrazze. Marrakech viene fotografata milioni di volte attraverso quella piazza e la piazza, inevitabilmente, impara anche a vivere sotto quello sguardo.

Ma sarebbe troppo semplice raccontare questa trasformazione come una guerra tra una Jemaa el-Fna autentica e una falsa Jemaa el-Fna turistica. Una cultura viva non rimane autentica perché smette di cambiare. Il problema è più sottile.

Se un cantastorie modifica il proprio racconto davanti a un pubblico nuovo, sta tradendo la tradizione oppure sta facendo esattamente ciò che i cantastorie hanno sempre fatto: leggere chi hanno davanti e adattare la parola per non perdere il cerchio? Se una pratica viene fotografata, venduta, promossa e cercata perché rappresenta Marrakech, a quale punto smette di essere una pratica e comincia a diventare la rappresentazione di se stessa?

È questa tensione che rende Jemaa el-Fna molto più interessante della cartolina. Il turista non sta semplicemente guardando Jemaa el-Fna. È entrato nel sistema.

La grammatica del caos

Forse è per questo che Jemaa el-Fna non si capisce attraversandola. Bisogna fermarsi.

Aspettare che un uomo cominci a parlare e vedere il cerchio formarsi intorno a lui. Guardare dove passa la gente e dove invece si ferma. Osservare come uno spazio apparentemente vuoto acquisti improvvisamente valore. Tornare qualche ora dopo e scoprire che la geografia è cambiata. Accorgersi che dietro una montagna di radici esiste una classificazione, dietro una storia esiste una tecnica, dietro una folla esiste un'economia dell'attenzione.

Allora il rumore comincia lentamente a separarsi. Non è più un unico rumore. Ci sono voci, mestieri, scambi, gerarchie temporanee, competizioni, conoscenze, adattamenti (se li vuoi sentire, leggi L’identità acustica dei popoli). C'è una piazza che deve continuamente produrre le condizioni della propria esistenza e che oggi deve farlo mentre milioni di persone arrivano per vedere proprio ciò che rischiano di trasformare.

Forse la regola più importante di Jemaa el-Fna è proprio questa: nessuno può conservarla fermandola.

Perché Jemaa el-Fna non è un monumento. È qualcosa che accade.

Ogni giorno costruisce i propri palchi con i corpi, assegna valore allo spazio, trasforma attenzione in denaro, lascia avanzare alcuni mestieri mentre altri arretrano, modifica antiche pratiche per permettere loro di sopravvivere e, quando arriva la notte, cancella gran parte di ciò che aveva costruito per ricominciare il giorno successivo.

Vista da fuori sembra caos. Vista abbastanza a lungo, mostra una grammatica.

Il caos non è assenza di regole. È un ordine che non abbiamo ancora imparato a leggere.

Nel Marocco di Suluk, la musica arriva dopo una festa improvvisata vicino a Bouarfa. I tamburi non sono un intrattenimento preparato per chi osserva: nascono dalla comunità, dal cibo condiviso e dal piacere di stare insieme.

In «I figli delle ustioni», il ritmo trascina la viaggiatrice dentro il cerchio. È una scena diversa dalla piazza di Jemaa el-Fna, ma pone la stessa domanda: che cosa cambia quando smettiamo di guardare una tradizione da fuori e accettiamo di entrarci?

SULUK

IL LIBRO

Il viaggio dell'ombra

«Ballarono e cantarono per più di un’ora.»

ESPLORA OLTRE IL GIÀ VISTO

La strada ha molte sfumature e non si esaurisce qui. Spingiti oltre le apparenze, attraversa i filtri del già visto e scegli da dove continuare il tuo viaggio.

PROSSIMO ARTICOLO

Il viaggio non si ferma. Continua tra storie, luoghi, e contraddizioni incontrate lungo la strada. Nuovi racconti, prospettive e realtà da osservare da vicino, per scoprire ciò che spesso rimane fuori dalle narrazioni più comuni.

MARRAKECH

Tra le mura rosse e i vicoli della medina, Marrakech unisce forni comuni, botteghe e racconti di piazza Jemaa el-Fna. Nei mercati degli erboristi, il profumo delle resine apre uno sguardo sulle credenze e sulla vita spirituale della città.

The Travelling Shadow

Geografia, cultura e incontri dal mondo reale. Un viaggio indipendente oltre i confini del turismo di massa.

Alcuni link presenti sul sito sono affiliati e possono generare una commissione senza costi aggiuntivi per il lettore. In qualità di Affiliato Amazon, questo sito riceve un guadagno dagli acquisti idonei.

© 2026 Francesca Pavesi – The Travelling Shadow | Tutti i diritti riservati

ESPLORA
SULUK
Il viaggio dell'ombra
SOSTIENI IL PROGETTO
INFORMAZIONI

Se trovi valore in questo lavoro, puoi offrirmi un caffè e contribuire a farlo crescere.

Viaggiare richiede di prendere posizione.