La geografia della paranoia: perché i pregiudizi vincono sulla realtà
Dalla Romania all'Iran, dal Marocco all'India: come nascono i pregiudizi, perché resistono alla realtà e cosa accade quando il viaggio mette in discussione le nostre certezze.
Francesca Pavesi
10/31/2026




C'è una costante che accompagna quasi tutti i miei viaggi, indipendentemente dalla destinazione: il pregiudizio delle persone alle quali racconto dove sto per andare. Cambiano i Paesi, le culture e le ragioni della diffidenza, ma il meccanismo rimane sorprendentemente simile. La Romania diventa un territorio popolato da criminali, il Marocco una minaccia da cui difendersi, l'Iran un luogo nel quale nessuna persona ragionevole dovrebbe mettere piede. Eppure, nella maggior parte dei casi, chi pronuncia questi giudizi non ha mai attraversato quelle frontiere.
La domanda che continuo a pormi non riguarda soltanto l'origine degli stereotipi. Riguarda soprattutto la loro resistenza. Perché siamo così disposti a credere a un'immagine costruita da altri e tanto riluttanti a modificarla quando incontriamo qualcosa che la contraddice? Perché una testimonianza diretta viene spesso considerata meno attendibile di una convinzione ereditata?
La risposta attraversa la psicologia cognitiva, l'antropologia e il rapporto tra informazione e potere. Il pregiudizio non è semplicemente una conoscenza sbagliata. È anche un modo di organizzare la realtà, renderla prevedibile e proteggerci dalla fatica di rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere.
Il problema comincia quando questa protezione diventa una prigione. E il mondo, invece di essere osservato, viene costretto a somigliare alle nostre aspettative.


La comodità di avere già capito
Il cervello umano utilizza continuamente scorciatoie cognitive, chiamate euristiche, per interpretare informazioni e prendere decisioni senza dover analizzare ogni situazione da zero. Sono strumenti indispensabili alla vita quotidiana, ma possono produrre errori sistematici quando sostituiscono l'osservazione con una generalizzazione.
Uno stereotipo offre esattamente questo vantaggio: semplifica. Permette di attribuire caratteristiche a milioni di persone senza conoscerne neppure una. Riduce una società alla somma di pochi elementi riconoscibili, spesso quelli che suscitano le emozioni più immediate.
La Romania ne è un esempio particolarmente significativo (leggi articolo I rumeni sono tutti criminali?).
Quando organizzai il mio viaggio on the road, gli avvertimenti non mancarono. Furti, criminalità, strade pericolose: sembrava che attraversare il Paese significasse esporsi a un rischio continuo. Poi partii e incontrai una realtà che non corrispondeva a quella rappresentazione. Percorsi circa duemila chilometri, attraversando città, villaggi e territori rurali, scoprendo un Paese complesso, accogliente e culturalmente molto più ricco dell'immagine che gli veniva attribuita.
La mia esperienza non costituisce una statistica sulla sicurezza della Romania. Ma è sufficiente a mettere in discussione la pretesa di conoscere un'intera nazione attraverso un'etichetta.
La questione, del resto, non è stabilire quale Paese sia privo di criminalità. È capire perché, quando pensiamo alla Romania, alcuni comportamenti diventino automaticamente rappresentativi di tutti i suoi abitanti, mentre altrove gli stessi comportamenti vengono attribuiti ai singoli individui.
Il pregiudizio agisce proprio in questa differenza di trattamento. A qualcuno concediamo il diritto di essere una persona. Ad altri imponiamo di rappresentare un popolo intero.


Il nemico che ci serve
Il meccanismo diventa ancora più evidente quando il giudizio riguarda persone che vivono accanto a noi.
In Italia, la parola maranza è entrata nel linguaggio mediatico e quotidiano per identificare, spesso in modo sprezzante, determinati gruppi di giovani associati alle periferie urbane, a uno stile riconoscibile e, in alcune narrazioni, alla microcriminalità. Il problema nasce quando questa categoria sociale viene sovrapposta a un'origine nazionale, trasformando il comportamento di alcuni individui in una presunta caratteristica dei marocchini.
È un passaggio che sembra innocuo soltanto a chi non ne subisce le conseguenze.
Il Marocco che ho attraversato non era una proiezione delle periferie italiane. Era un Paese fatto di città, villaggi, differenze sociali, tradizioni, contraddizioni e persone che non avevano alcuna ragione di essere giudicate attraverso un'etichetta nata altrove (leggi articolo L’ospitalità come sistema di obblighi).
Attribuire a un'intera comunità i comportamenti di una minoranza significa compiere una doppia operazione: cancellare le differenze interne al gruppo e trasformare un problema sociale in una questione di appartenenza.
Il capro espiatorio funziona proprio perché offre una spiegazione semplice a fenomeni complessi. La paura, il disagio urbano, la marginalità e la criminalità possono essere concentrati in una figura riconoscibile. Una volta individuato il nemico, non è più necessario interrogarsi sulle condizioni che producono quei fenomeni.
E soprattutto non è più necessario distinguere.
Un ragazzo marocchino non deve rispondere delle azioni di ogni altro ragazzo marocchino. Come un italiano non rappresenta automaticamente tutti gli italiani, né un turista europeo diventa il portavoce morale dell'intero continente.
Sembra un principio elementare. Eppure è uno dei primi a scomparire quando il pregiudizio prende il posto del ragionamento.


Il mondo che esiste soltanto sullo schermo
C'è poi una forma di distorsione che non nasce necessariamente da ciò che ci viene detto, ma dalla frequenza con cui determinate immagini entrano nella nostra memoria.
In psicologia cognitiva si parla di euristica della disponibilità: tendiamo a giudicare più probabile o frequente ciò che riusciamo a ricordare facilmente. Un evento particolarmente impressionante, ripetuto attraverso immagini e racconti, può quindi assumere nella nostra percezione un peso sproporzionato.
I mezzi di informazione selezionano inevitabilmente ciò che è rilevante, urgente o eccezionale. Una manifestazione, un attentato, una crisi diplomatica diventano notizie. Una famiglia che cena, un commerciante che apre il negozio o due amici che discutono davanti a un tè raramente lo diventano.
Eppure entrambe le dimensioni appartengono alla realtà.
L'Iran è probabilmente il Paese nel quale ho avvertito con maggiore intensità questa distanza tra rappresentazione e vita quotidiana.
Prima dei miei due viaggi, il nome stesso del Paese evocava nelle persone soprattutto il programma nucleare (leggi articolo La bomba che non c'è), la repressione, il conflitto e la minaccia. Erano temi reali, ma occupavano quasi tutto lo spazio disponibile nell'immaginario collettivo. Sembrava non rimanesse posto per gli iraniani.
Poi arrivai a Teheran. Attraversai bazar e quartieri, incontrai famiglie, commercianti, giovani e anziani. Scoprii un'ospitalità che ancora oggi considero una delle esperienze più significative dei miei viaggi e imparai a riconoscere alcuni codici delle relazioni quotidiane, tra cui il ta'arof, quel complesso linguaggio di cortesie, offerte e rifiuti attraverso il quale si negoziano rispetto e rapporti sociali (leggi articolo Dov’è finito l’Iran?).
Non era una realtà alternativa a quella politica. Era la stessa società, osservata da una prospettiva che lo schermo raramente concede.
L'errore consiste nel trattare una parte della realtà come se fosse la sua totalità. Un governo non coincide con tutti i cittadini. Una guerra non racconta ogni famiglia. La repressione non cancella le persone che la subiscono, così come l'ospitalità incontrata per strada non cancella la repressione.
Confondere questi piani significa perdere proprio ciò che il viaggio dovrebbe aiutarci a comprendere: la possibilità che più verità convivano nello stesso luogo.


Il pregiudizio può anche essere un complimento
Non tutti gli stereotipi nascono dalla paura o dal disprezzo. Alcuni assumono la forma dell'ammirazione e proprio per questo risultano più difficili da riconoscere.
L'India rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione.
Da una parte esiste l'immagine di un Paese irrimediabilmente sporco, caotico, povero e pericoloso. Chi parte con questa convinzione tenderà a cercare ciò che la conferma: rifiuti, traffico, condizioni igieniche difficili, quartieri degradati. Ogni elemento diventerà una prova dell'idea iniziale.
Dall'altra parte esiste un'India altrettanto costruita, ma apparentemente più benevola: una terra di spiritualità incontaminata, saggezza millenaria, maestri illuminati e persone che vivrebbero al di sopra delle preoccupazioni materiali dell'Occidente.
Anche questa immagine seleziona ciò che vuole vedere.
La spiritualità indiana possiede tradizioni filosofiche e religiose di straordinaria profondità. Ma esistono anche organizzazioni opache, sfruttamento commerciale della fede, figure carismatiche controverse e un mercato turistico capace di trasformare la ricerca interiore in un prodotto (leggi l'articolo Il business della fede in India).
Il punto non è scegliere tra un'India degradata e un'India sacra. È riconoscere che entrambe le rappresentazioni, quando pretendono di spiegare tutto, cancellano la complessità del Paese.
Qui entra in gioco il bias di conferma: la tendenza a privilegiare le informazioni coerenti con le nostre convinzioni e a trascurare quelle che le mettono in difficoltà.
Chi cerca soltanto degrado finirà per trovarlo. Chi cerca soltanto illuminazione spirituale potrà ignorare tutto ciò che disturba la propria aspettativa.
Il viaggio, in entrambi i casi, rischia di diventare una raccolta di prove a sostegno di una conclusione già scritta.
E un pregiudizio positivo rimane un pregiudizio. Idealizzare un popolo significa negargli la stessa complessità umana che gli viene negata quando lo si disprezza.


Le paure che ereditiamo
Non tutte le convinzioni che portiamo con noi sono nate da un'esperienza personale. Molte ci vengono trasmesse attraverso l'educazione, il linguaggio, le rappresentazioni collettive e i racconti familiari.
L'antropologia chiama inculturazione il processo attraverso il quale apprendiamo valori, comportamenti e significati condivisi dalla società in cui cresciamo. È un processo fondamentale per costruire la nostra identità culturale, ma può trasmettere anche categorie e pregiudizi che finiamo per considerare naturali.
La Turchia offre un esempio interessante di come l'immaginario collettivo possa trasformarsi senza necessariamente diventare più profondo.
L'espressione «Mamma li Turchi!» conserva nella lingua italiana la memoria di un'antica paura del nemico proveniente dal Mediterraneo orientale, alimentata nei secoli dai conflitti con l'Impero ottomano. È una formula sopravvissuta molto più a lungo del contesto storico che l'aveva prodotta.
Oggi, nell'immaginario di una parte del pubblico italiano, a quell'antica rappresentazione se ne è affiancata un'altra. Il successo delle serie televisive turche e di attori diventati popolari anche in Italia ha contribuito a costruire un'immagine più familiare, affascinante e romantica della Turchia (leggi l’articolo Prima di Can Yaman la Turchia non esisteva).
Ma conoscere un volto televisivo non significa conoscere una società.
Il passaggio dal turco immaginato come nemico al turco trasformato in protagonista romantico mostra quanto facilmente un cliché possa essere sostituito da un altro, senza che venga davvero modificato il nostro modo di osservare.
Nel frattempo, la Turchia continua a essere Istanbul e l'Anatolia, le grandi città e i villaggi rurali, la modernità e le tradizioni, le minoranze linguistiche e religiose, le tensioni politiche e le relazioni quotidiane.
Durante i miei viaggi ho incontrato una realtà che non poteva essere contenuta né nell'antica paura né nella nuova fascinazione.
Il problema non è che le rappresentazioni culturali siano necessariamente false. È che diventano ingannevoli quando pretendono di sostituire la conoscenza.
Cambiare opinione su un popolo perché è cambiata la sua immagine mediatica non significa aver superato il pregiudizio. A volte significa soltanto averne adottato uno più gradevole.


La nostra normalità non è universale
Esiste infine una forma di pregiudizio più sottile, perché riguarda ciò che consideriamo normale.
Quando incontriamo un comportamento diverso dal nostro, tendiamo spesso a interpretarlo utilizzando le regole della società nella quale siamo cresciuti. Un gesto può apparirci scortese, una distanza eccessiva, un'abitudine alimentare incomprensibile. Il passaggio dalla sorpresa al giudizio può essere quasi immediato.
È uno dei meccanismi dell'etnocentrismo: assumere la propria cultura come punto di riferimento per valutare le altre.
L'ho osservato anche attraversando l'Uzbekistan e il Kirghizistan, dove il rapporto con il cibo, l'ospitalità e lo spazio domestico può seguire codici differenti da quelli ai quali siamo abituati (leggi l'articolo La grassa ospitalità dei kirghizi).
Nelle società dell'Asia centrale, offrire del tè, condividere il pane o accogliere un ospite può assumere significati che vanno ben oltre il semplice consumo di un alimento. I gesti della tavola partecipano alla costruzione delle relazioni, esprimono rispetto e appartenenza, definiscono obblighi reciproci.
Ma per comprenderli bisogna rinunciare all'idea che il nostro modo di comportarci sia l'unico ragionevole.
Ciò che interpretiamo come un'eccessiva insistenza può appartenere a un codice di ospitalità. Un gesto che ci sembra informale può avere un significato preciso. Persino il modo di sedersi, offrire o ricevere qualcosa può cambiare in relazione all'età, al contesto e alla posizione sociale.
Questo non significa che ogni pratica culturale debba essere automaticamente approvata. Comprendere non equivale a giustificare. Significa riconoscere che un comportamento possiede una storia e una logica che non possono essere giudicate esclusivamente attraverso le nostre abitudini.
Il viaggio indipendente obbliga continuamente a confrontarsi con questa distanza. Non abbiamo sempre qualcuno che traduca per noi le regole invisibili di una comunità. Dobbiamo osservare, sbagliare, correggerci e, soprattutto, accettare di non capire immediatamente.
È un esercizio di umiltà che comincia nel momento in cui smettiamo di considerare la differenza una mancanza.
Il naufragio necessario
Dalla Romania all'Iran, dal Marocco all'India, dalla Turchia alle terre dell'Asia centrale, il meccanismo che ho incontrato più spesso non è stato soltanto il pregiudizio verso gli altri. È stata la difficoltà di rinunciare alle proprie certezze (leggi l’articolo L’illusione del guscio).
La mente cerca scorciatoie, la società trasmette rappresentazioni, i mezzi di informazione selezionano immagini e la memoria conserva soprattutto ciò che conferma le nostre aspettative. Sono processi diversi, ma possono concorrere allo stesso risultato: costruire un mondo apparentemente comprensibile prima ancora di averlo osservato.
E quando la realtà si presenta con tutte le sue contraddizioni, siamo spesso tentati di ignorare ciò che non coincide con la nostra versione.
Il viaggio può interrompere questo meccanismo, ma non lo fa automaticamente. Attraversare una frontiera non rende necessariamente più aperti, così come accumulare destinazioni non garantisce una maggiore comprensione delle culture. Si può percorrere mezzo mondo continuando a cercare soltanto ciò che conferma le proprie convinzioni.
Ho incontrato persone che non avevano mai lasciato il proprio Paese e possedevano una curiosità autentica verso gli altri. E viaggiatori capaci di attraversare continenti senza mettere in discussione neppure uno dei propri giudizi.
La differenza non sta nel numero dei chilometri percorsi. Sta nella disponibilità a lasciarsi contraddire.
Per questo considero il viaggio indipendente qualcosa di più di uno spostamento geografico. È la possibilità di mettere alla prova le rappresentazioni che abbiamo ereditato, di confrontarle con le persone e con i luoghi, di riconoscere quanto poco possa bastare per trasformare un essere umano in una categoria.
Naturalmente anche la mia esperienza possiede dei limiti. Le persone che ho incontrato non rappresentano da sole intere nazioni. Ma mi hanno insegnato qualcosa che nessuno stereotipo avrebbe potuto insegnarmi: dietro ogni definizione collettiva esistono vite individuali che meritano di essere conosciute prima di essere giudicate.
Ripenso ai villaggi del Maramureș, ai bazar iraniani, alle strade del Marocco e alle tavole condivise dell'Asia centrale. Luoghi che qualcuno aveva già descritto al posto mio, assegnando loro un significato prima ancora che potessi attraversarli.
Poi sono arrivata io, con le mie convinzioni e i miei limiti, e ho dovuto imparare a guardare.
Forse è proprio questo il naufragio necessario: accettare che la realtà non abbia alcun obbligo di confermare ciò che pensiamo.
Perché il viaggio non dovrebbe servire a dimostrarci che avevamo ragione.
Dovrebbe servire a scoprire quante cose, prima di partire, non avevamo ancora capito.


In SULUK, nel capitolo Nemesi, l’incontro con una lebbrosa sul marciapiede di Delhi mette a nudo il giudizio della viaggiatrice: paura, rabbia e pietà si scontrano con ciò che la strada le mostra davvero.
È la stessa frattura attraversata da questo articolo. Il pregiudizio non si dissolve proclamandosi liberi da stereotipi, ma quando si accetta di guardare una persona oltre le categorie con cui l’avevamo già definita.
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