YOU HAVE A BAD KARMA

Tiruchirapalli, Tamil Nadu | India

«You have a bad karma.» Il verdetto era stato emesso. Nessuna possibilità di appello. «A very bad karma.»

Maledetto piccolo uomo fastidioso. Aveva iniziato a seguirmi non appena avevo messo piede giù dall’autobus. Il tentativo di depistarlo, fermandomi a bere un lontano parente del chai del Rajasthan, era stato vano. Lui si era seduto a terra ed aveva atteso. Aveva pure sogghignato mentre mi facevo rubare cinque rupie dalla custode abusiva delle scarpe all’ingresso del tempio di Sri Ranganathaswamy. Avevo zigzagato tra i gopuram, scattato foto, addirittura chiacchierato con una mucca in transito, ma nulla. Mi aveva pazientemente seguito.

«A very very bad karma.»

Ci mancava solo questo pensiero.

Ero madida di sudore. Erano giorni che non distinguevo più il mio odore. Forse ero io o forse erano le persone che a centinaia mi passavano accanto. L’unico fetore dalla provenienza certa era quello degli scarichi fognari. Per il resto, puzzavamo tutti e non mi importava più di nulla, a maggior ragione ora che l’umidità del sud aveva risvegliato la cervicalgia padana.

«Ehi lady. Yes, you! Your karma is bad.»

Ma cosa voleva questo piccolo rompiscatole? Scuoteva la testa e mi guardava dal basso, facendomi sentire un’idiota.

«Why do I have a bad karma?»

«Hahahaha. Hai un karma negativo per molte ragioni. Non vedi come cammini? E con le calze poi!» Mi fisso i piedi e realmente non capisco. Le calze sono «pulite». Ho comunque attraversato senza scarpe tre viali belli trafficati – che in India significa calpestare ogni genere di schifezza.

«E i capelli poi, non parliamone!»

Ma da quando il karma va pettinato?

«Ho io la soluzione per te. Ti serve una guida.»

Eh eh, eccolo che arriva al punto.

«Sir, hai perfettamente ragione. Ho un karma negativo perché sono senza soldi, fatta eccezione per le poche rupie che mi servono per tornare da Srirangam al centro. Quello non lo avevi notato?» Ride. Non è una guida ufficiale. È una guida speciale per me e per il mio karma ovviamente.

«Se mi ascolti, il tuo karma si sistema. Ma voi israeliani non date mai peso a queste cose.»

Dopo aver chiarito che sono italiana – «Ah, vedi? L’iniziale del tuo Paese l’avevo indovinata!» – spiego alla guida indesiderata che non ho intenzione di subire le pressioni di una nuova Pushkar o di una seconda Haridwar. Conosco già le tariffe per la «pulizia» del karma e mi sono persino lasciata infilare al polso il famoso braccialetto di Pushkar, abilmente venduto – non donato – con la promessa che Brahma & Co mi avrebbero sostenuto in ogni impresa. Quindi niente braccialetti magici da duemila rupie e nessun bisogno di conoscere il mio futuro finanziario o amoroso. Tanto entrambi i campi sono catastrofici.

L’ometto si offende. Si batte il pugno sul petto e con sdegno si tappa le orecchie. Lui vuole veramente aiutare gratuitamente il mio bad karma. Dalla lercia camicia a quadrettoni estrae un pezzo di giornale e va a rubare una penna ad un banchetto di donazioni per una scuola della periferia. Faccio presente la realtà: è proprio dalla vendita di quelle penne che il signore panciuto, seduto in perfetto silenzio, ricaverà i fondi. I due si guardano e iniziano a parlare seriamente. Per rendermi partecipe al discorso, l’omino spiega in inglese all’uomo della raccolta di beneficenza che la biro gli serve a scrivere qualcosa per me. Gli mima il mio gran bad karma. Il signore panciuto allora alza le mani al cielo e mi guarda impietosito. La biro ora non serve più a dei bambini con comprovate difficoltà, ma alla purificazione del mio karma.

Come preso da una forza incontenibile, il piccolo uomo inizia a scarabocchiare sul giornale. «Ecco vedi, questa è la lista dei principali luoghi del Tamil Nadu. Dimmi dove sei stata e dove andrai.» Sfinita e abbandonata anche dal buon senso dell’uomo panciuto, gli dico che a breve ripartirò per Thanjavur e poi per Madurai.

«Ha ha haaaaaa», grida l’uomo-pulce.

Tutti si voltano a guardarmi.

«Ha ha haaaaa. Tutto finito, tutto chiuso. Ma non lo sai che stanno facendo lavori di restauro ovunque? Troverai solo impalcature. Ma si sa, voi israeliani pensate solo alle spiagge».

«Non sono israeliana, sono italiana. Roma, Milano, Firenze. Conosci?»

Sghignazza e mi gira attorno facendosi sempre più piccolo e agile. Lo odio sempre di più.

«Poco importa da dove vieni. È qui a Trichy che devi sistemare il karma. Tutto quello che vuoi vedere è nascosto dalle impalcature.»

«E cos’è, adesso il karma dipende dai lavori in corso?»

«Parla bene. Parla bene che così il karma diventa ancora più bad.»

«Il mio karma è a posto. Sei tu con la tua assillante presenza che mi stai facendo diventare very bad. Vattene. Non ho bisogno di una guida. Voglio silenzio. Silenzio. E solitudine.»

Non appena sente il cambio di tono della voce, fa una smorfia e se ne va senza protestare. La biro resta nel taschino logoro della sua camicia. Finalmente però mi lascia in pace.

Faccio qualche passo in avanti e poi mi giro di scatto. È sparito. Oh, che bello il silenzio. Oh, che bello questo tempio. È il primo che vedo qui in Tamil Nadu e ora tutte le ore su autobus senza aria condizionata, né finestrini, acquisiscono senso. Bellissime statue colorate, divinità antropomorfe e pellegrine avvolte in sgargianti sari danzano intorno a me. In realtà mi gira la testa per la mancanza di cibo e per questa tremenda afa. Mi siedo in una delle buie sale interne del tempio per riprendere fiato. A pochi metri da me, il povero elefante incatenato impartisce benedizioni. Una donna insiste per farmi il tilaka. Rifiuto perché tanto col sudore finirà per sciogliersi in pochi minuti. Lei mi guarda rattristata e se ne va con sincero dispiacere. Un uomo scuote la testa in segno di disapprovazione. «Se rifiuti qui gli aiuti, come potrai trovarli tra un mucchio di impalcature? Vedi, hai un bad karma e devi intervenire al più presto.»

Rieccolo nascosto dietro la statua di Garuda.

«Guarda che anche tu sei ingombrante come un’impalcatura. Non mi hai lasciato nemmeno capire dove sono! Per piacere, sono tante ore che viaggio. Sono venuta al tempio dopo aver chiesto ad almeno cento autisti della stazione quale fosse l’autobus pubblico per arrivare fino a qui. Nessuno di loro parlava inglese. Mi aspetta una notte in un hotel sudicio, senza carta igienica e con l’unica finestra posizionata sopra lo scolo della fogna. O morirò di caldo, o di intossicazione. Abbi pietà. Lasciami stare.»

Mi pulisco inutilmente i pantaloni e riprendo a camminare.

Un giovane avvolto in una tunica arancio si avvicina.

«Guarda ti ringrazio, ma non ho soldi. Non ho bisogno di benedizioni.»

«Ma io non voglio benedirti. Voglio solo sapere se ti piace il tempio e passeggiare per un po’ con te.»

Lo guardo. Lui accenna un inchino e, aumentando il ritmo dei suoi passi, si allontana sparendo dentro una stanza interdetta ai non induisti. Proseguo ed entro in quello che dal puzzo sembrerebbe essere il dormitorio del povero elefante del tempio. Mi distraggo un attimo a guardare le colonne ed ecco che entro col piede in una pozza giallastra. Ci mancava solo la pipì d’elefante! Mi volto per vedere se qualcuno mi ha vista. Sembro essere sola. Ma dove sono finiti tutti? Possibile che non ci sia più nessuno? Torno verso il colonnato principale e mi ritrovo in un grande cortile tra decine di donne anziane e bambine che dormono per terra.

Alcune poggiano il capo su sacchi di plastica, altre sui fianchi delle vicine, altre ancora sono stese sul nudo pavimento. Per non disturbare il loro sonno profondo, mi muovo cautamente.

«Svegliale! Su, muoviti, svegliale. Saranno felici.»

«Ah, che bella idea! Ma non vedi come dormono? Devono essere proprio sfinite per stare lì dove solitamente dormono i cani.»

«Sì, sono stanche. Sono le donne dei villaggi vicini. Hanno viaggiato per ore e finalmente adesso possono riposare.»

«Eh appunto. Abbassa la voce e lasciale in pace.»

«Svegliale. Loro saranno felici di conoscerti. Però prima sistema il bad karma.»

Riecco questa storia. Da come si era spostato il sole, doveva essere trascorsa più di un’ora dal mio arrivo, ma il piccoletto non aveva ancora intenzione di arrendersi.

«Non ti sei chiesta perché anziché riposare, sei voluta venire al tempio? Dai, seguimi israeliana. Ti porto sulla terrazza panoramica. Non fare storie. Hai già mandato via troppe persone col tuo bad karma.»

Un cartello scritto in tamil specifica che per i foreigners bisogna pagare una piccola tariffa d’ingresso. Estraggo qualche decina di rupie e scopro che il bigliettaio è l’uomo panciuto. I soldi però finiscono nella sua tasca e non nel cassetto. Ecco, fregata due volte, sia per la biro, sia per aver dato retta al piccolo uomo-pulce.

La terrazza, tuttavia, è davvero magnifica. Da qui si vedono tutte le porte del tempio e le statue, ora lambite dagli ultimi raggi del sole, sembrano prendere vita. L’ultima volta che avevo assistito allo spettacolo del tramonto da un terrazzo era stata a Jodhpur, nel caro Rajasthan. L’India dall’alto sembra un altro Paese. Basta salire di qualche metro e tutto diventa meno ingombrante. A terra si ha la sensazione che ognuno rischi continuamente di occupare lo spazio altrui; dall’alto, invece, tutti e tutto sembrano possederne uno, per quanto striminzito.

Il traffico e il sudiciume si allontanano. Persino gli odori sembrano meno violenti. Tra il mondo e me si apre uno spazio che in qualsiasi altro luogo sarebbe soltanto altezza. Qui diventa vuoto.

Ma in quel vuoto, in realtà, c’è tutto.

Dall’alto la rabbia sembra sciocca. La tristezza più sopportabile. E ciò che a terra ci attanaglia, qui diventa accettabile.

L’uomo-pulce ormai è zitto. Sono io a parlarmi. E mentre cerco di ascoltarmi, lui continua a scattare foto. Mi prende il telefono come se fosse suo e continua a farmi fotografie senza il mio benestare. «Bad, bad, bad.»

Saltella come se stesse partecipando a uno strano rituale. Dopo l’ennesimo tentativo di dissuaderlo dall’immortalarmi in questo stato, desisto. Sono sospesa nel vuoto e lui è parte del tutto.

«Perché dici che ho un bad karma?»

«Perché è da più di un’ora che ti ho incontrata e non sai ancora il mio nome. Veeeery bad.»

© 2026 Francesca Pavesi. Tutti i diritti riservati.
Testo tratto da Suluk – Il viaggio dell'ombra.

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Questo è un frammento di Suluk – Il viaggio dell'ombra

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