Il Dio in catene: la tortura degli elefanti sacri e la svolta robotica
Elefanti venerati e tenuti in catene: dal caso di Lakshmi a Hampi agli animali robotici del Kerala, il prezzo della devozione ricade sui corpi di innocenti pachidermi.
Francesca Pavesi
10/19/2026




Immaginate di camminare tra i corridoi di granito di un antico tempio indù, immersi nell'odore di incenso e canfora, e di trovarvi improvvisamente faccia a faccia con un elefante indiano di quattro tonnellate.
Per chi non ha mai messo piede in India, questa presenza sembra un miraggio mistico. L'animale ha la fronte decorata con i simboli sacri della divinità e si muove come un automa: un devoto gli allunga una banconota da 10 o 50 rupie, il pachiderma afferra i soldi con la punta della proboscide, li passa all'addestratore seduto su uno sgabello accanto e poi, con un movimento stanco e ripetitivo, appoggia la proboscide sulla testa del visitatore per "benedirlo".
Sotto la vernice colorata dei disegni rituali, però, c'è un dettaglio che l'occhio non vede subito: il rumore metallico e costante di catene di ferro cortissime che stringono le caviglie dell'animale, bloccandolo al pavimento di pietra. Quella che viene venduta come un'interazione sacra è una sottomissione forzata che trasforma l'animale in un prigioniero rituale per soddisfare un'estasi da cartolina.


Nei templi dell'India meridionale, l'elefante porta con sé un patrimonio di simboli religiosi e di prestigio. La sua presenza accompagna cerimonie e processioni, richiama la regalità delle antiche corti e dialoga con l'immaginario sacro legato anche a Ganesha. Ma dietro l'imponenza del rito si apre una contraddizione feroce: un animale celebrato come presenza benaugurante può trascorrere la vita legato, esposto al rumore, alla folla e agli ordini di chi lo conduce. Il gesto della proboscide posata sulla testa di un fedele viene accolto come una benedizione; per l'elefante, invece, resta un movimento appreso in una condizione che non ha scelto. La devozione degli esseri umani non cancella la prigionia dell'animale.


Al celebre Tempio Virupaksha di Hampi, l'elefantessa Lakshmi ha incarnato per anni questo paradosso, offrendo ai visitatori la benedizione della proboscide. La cattività degli elefanti in India solleva questioni concrete di benessere animale: isolamento sociale, limitazioni del movimento, catene e addestramento coercitivo. Uno studio condotto su 144 elefanti in cattività nel Tamil Nadu ha rilevato comportamenti stereotipati nel 49% degli esemplari custoditi nei templi osservati, contro percentuali inferiori negli altri sistemi esaminati. Il dondolio ripetitivo e altri movimenti anomali raccontano una sofferenza che la scenografia religiosa tende a rendere invisibile. Le condizioni di custodia espongono gli animali a problemi che richiedono valutazioni veterinarie individuali, oltre a cambiamenti concreti nella loro vita quotidiana.


Nel maggio 2026, Lakshmi è stata trasferita dal Tempio Virupaksha a una struttura specializzata nel distretto di Kolar per ricevere cure e monitoraggio veterinario. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità forestali, il trasferimento era motivato da lesioni ricorrenti e altri problemi di salute.
La decisione ha scatenato proteste tra residenti, devoti, guide turistiche e persone legate all'animale: alcuni chiedevano che fosse curata a Hampi, senza allontanarla dal luogo di cui era diventata un simbolo.
È qui che il conflitto si fa insopportabile.
La comunità può amare profondamente un elefante e, nello stesso tempo, considerare normale che la sua esistenza sia subordinata alle esigenze del tempio. L'affetto non basta a sciogliere una catena; e una tradizione capace di mobilitare centinaia di persone per trattenere un animale dovrebbe saperne mobilitare altrettante per garantirgli una vita dignitosa.
Nel vicino Kerala, una risposta concreta ha cominciato a prendere forma.
Nel febbraio 2023, l'Irinjadappilly Sree Krishna Temple, nel distretto di Thrissur, ha introdotto Irinjadappilly Raman, un elefante meccanico a grandezza naturale donato da PETA India con il sostegno dell'attrice Parvathy Thiruvothu. Alto circa 3,3 metri e pesante 800 chili, costruito con una struttura metallica e rivestimenti sintetici, muove parti del corpo grazie a motori elettrici e permette di svolgere cerimonie senza ricorrere a un elefante vivo.
La scelta si è poi diffusa ad altri templi, incontrando entusiasmo ma anche opposizioni. Per alcuni fedeli l'animale reale rimane insostituibile; per altri la fedeltà al rito può convivere con il rifiuto della sofferenza.
È una discussione che tocca il cuore della tradizione: che cosa stiamo davvero venerando, se per celebrarlo dobbiamo tenere in catene un essere vivente?
La svolta dei pachidermi meccanici dimostra che una cerimonia può sopravvivere senza pretendere il corpo di un elefante come prezzo della propria bellezza.


In SULUK – Il viaggio dell’ombra, nel racconto «You Have a Bad Karma», l'incontro con un elefante incatenato all'interno del tempio di Sri Ranganathaswamy, a Tiruchirappalli, anticipa la contraddizione al centro di questo articolo.
Un animale prigioniero diventa dispensatore di benedizioni, mentre la sua sofferenza scompare dietro il valore sacro attribuito al rito. La scena restituisce, in una sola immagine, il paradosso di una devozione capace di venerare un essere vivente senza riconoscergli la libertà.
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«A pochi metri da me, il povero elefante incatenato impartisce benedizioni.»
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