Lo slum di Dharavi: chi ha deciso che sono infelici?

Viaggio in uno dei più grandi slum del mondo: tra rifiuti, lavoro e affitti sorprendenti, Dharavi a Mumbai ribalta il nostro sguardo sulla povertà.

Francesca Pavesi

11/1/2026

Quando si torna da Mumbai, una delle prime domande a cui ci si ritrova a rispondere è: «Sei stata allo slum?» Dharavi, uno dei più grandi insediamenti informali del mondo, ospita secondo stime ricorrenti tra 700.000 e un milione di persone in un’area di circa 2,5 chilometri quadrati; il dato preciso varia a seconda dei confini considerati e dei residenti effettivamente censiti. Dharavi è diventata quasi una tappa obbligata nell’immaginario di Mumbai. L’espressione di chi la pone è un miscuglio di tristezza, disgusto, pena e timore, come se la risposta dovesse necessariamente introdurre il racconto di una tragedia. Sì, io ci sono stata. E quello che ho visto a Dharavi è stato un sofisticato marchingegno di business poggiato sulla mondezza. Dietro i cumuli di materiali di scarto, i vicoli stretti e le case addossate ai laboratori, ho trovato un quartiere che lavora, produce, commercia e organizza la propria sopravvivenza intorno a un’economia concreta. I lavoratori con cui ho parlato conoscevano bene le condizioni in cui vivevano. Mi hanno spiegato perché avevano scelto Dharavi, nonostante gli affitti elevati, e hanno aggiunto una cosa che da fuori si fatica persino a prendere in considerazione: a loro andava bene vivere così.

Per capirlo, però, bisogna entrare. I vicoli sono così stretti che a volte il passaggio sembra scavato tra pareti, rifiuti e canalette di scolo. Dharavi appare costruita sulla spazzatura, tra la spazzatura, con la spazzatura. Se in una giungla si incontrano liane e tigri, qui sopra la testa penzolano cavi elettrici e, a livello dei piedi, si muovono i topi. Le stanze sono ricavate in pochissimi metri quadrati, spesso sovrapposte ai luoghi di lavoro; per raggiungerne alcune si attraversano aperture che un occhio abituato alle nostre case scambierebbe per finestre, fessure, buchi nel muro. È una geografia domestica che comprime tutto: riposo, merci, attrezzi, persone, odori. Ed è proprio quando credi di avere capito il prezzo di quella compressione che arriva la prima sorpresa.

Con l’arrivo dei monsoni, questa geografia diventa ancora più difficile da abitare: le piogge intense allagano i passaggi, trascinano i rifiuti e possono far mescolare l’acqua piovana agli scarichi fognari. La stessa rete di vicoli che tiene insieme case e laboratori si trasforma allora in un percorso tra acqua sporca, immondizia e rischi sanitari. È il rovescio più duro di un’organizzazione economica che, per il resto dell’anno, riesce a far funzionare quasi ogni centimetro disponibile.

Il prezzo di una stanza

Quanto costa abitare qui? La risposta che ho ricevuto mi ha spiazzata: un patrimonio rispetto allo spazio e alle condizioni che avevo davanti. Il valore di una stanza non si misura soltanto dai metri quadrati, dal bagno che manca o dalla luce che entra. Si paga anche la posizione, la prossimità al lavoro, l’accesso a fornitori e clienti, la possibilità di non perdere ore e denaro attraversando Mumbai. Le testimonianze raccolte da me parlano di affitti molto alti (anche 300/400 euro al mese); senza contratti e cifre confrontabili, sarebbe scorretto trasformarle in una tariffa media per tutto il quartiere. Ma il paradosso resta intatto: quello che dall’esterno sembra invendibile, per chi ci lavora può avere un valore economico enorme.

E allora domando: da dove venite? Le risposte disegnano un mosaico di India, di migrazioni interne, lingue e mestieri. È una storia documentata anche dall’amministrazione del Maharashtra: a Dharavi si sono insediati nel tempo conciatori, vasai, ricamatori e lavoratori arrivati da regioni diverse. Ma sanno come si vive qui? Certo che lo sanno, mi rispondono. Sono venuti apposta, perché qui si guadagna. E aggiungono che a loro, così, va bene. Non sto dicendo che questa sia la scelta di ogni abitante di Dharavi: sto raccontando la risposta, precisa e ripetuta, dei lavoratori che ho incontrato. La differenza è decisiva, perché riconosce loro il diritto di spiegare la propria vita invece di farsela spiegare da uno straniero.

Le domande che non si vogliono sentire

Provo a spostare il discorso sulle condizioni igieniche. La questione non è un’impressione da turista: un’indagine su 850 residenti e 288 imprese, condotta nel 2009 dal geografo Jan Nijman e pubblicata successivamente, rilevava che il 94% dei residenti e il 66% delle imprese consideravano l’inquinamento — dai rifiuti alla mancanza di servizi igienici e fognature — il problema più grave di Dharavi. Un rapporto UNDP del 2006 riportava la stima, allora drammatica, di un gabinetto ogni 1.440 persone: un dato storico, da non spacciare per conteggio attuale, che racconta quanto profonda fosse la carenza di servizi. La ricerca descrive anche scarichi insufficienti e, durante le piogge, il rischio che le strade diventino canali di acqua contaminata. L’acqua stagnante e il contatto con liquami aumentano i pericoli sanitari; la presenza di ospedali non annulla questi rischi. Eppure, quando faccio notare tutto questo ai lavoratori con cui parlo, la risposta torna proprio agli ospedali e ai servizi presenti nel quartiere. Chiedo quale futuro possano avere i bambini che crescono in questi vicoli. Mi indicano le scuole. Sono risposte che non rendono salubre ciò che vedo, ma raccontano un’altra idea di cosa significhi avere una vita possibile in questo luogo.

Qui la questione diventa più scomoda. Il visitatore è pronto a riconoscere la sofferenza; molto meno ad ascoltare chi, pur vivendo in condizioni dure, non desidera essere trasferito altrove. Dharavi è una città del lavoro dentro la città. La casa può diventare bottega, deposito, officina, laboratorio; il vicino è anche fornitore, committente, trasportatore. Questa sovrapposizione rende efficiente un sistema produttivo, ma trasferisce una parte dei suoi costi sui corpi: poca ventilazione, macchinari vicini ai letti, rifiuti e scarichi a portata di mano. Organizzazione ed esposizione al rischio convivono nella stessa stanza.

La plastica: la mondezza che diventa merce

Il cuore più sorprendente è la plastica. Nella zona nota come 13th Compound, materiali raccolti in tutta Mumbai entrano in una catena di lavorazioni specializzate. La plastica viene acquistata o recuperata, divisa per tipologia e qualità, liberata da parti estranee, tagliata e triturata; secondo il materiale e il laboratorio può essere lavata, asciugata, fusa e trasformata in granuli da rivendere come materia prima. Anche i contenitori riutilizzabili vengono selezionati, ripuliti e rimessi in circolazione. Ciò che all’ingresso appare come un’unica montagna di immondizia, pochi metri più avanti è suddiviso in categorie, pesi, prezzi, destinazioni commerciali. Non è un miracolo ecologico: è una filiera di valore, con competenze e gerarchie.

Le ricerche sul posto descrivono operai capaci di riconoscere diversi tipi di plastica al tatto e alla vista, magazzini che smistano scarti e macchine che li riducono in frammenti. Una recente inchiesta del Pulitzer Center racconta di un lavoratore del 13th Compound che selezionava circa 300 chili di plastica al giorno per 500 rupie: un caso individuale, non una paga media del settore. Ed è qui che lo stupore si incrina. Agghiacciante non è soltanto vedere come si lavora, ma vedere chi sostiene il peso fisico di questa economia, per quante ore e con quali protezioni. Uno studio sulla filiera indiana dei rifiuti plastici segnala esposizioni a sostanze nocive e separazione manuale di materiali contaminati con dispositivi protettivi spesso insufficienti. La città beneficia del recupero dei materiali; il rischio rimane concentrato nelle mani di chi li tocca.

Il pellame e l’India del fake

Poi c’è il pellame. Dharavi deve parte della propria storia proprio alla lavorazione delle pelli: la prima conceria della zona viene fatta risalire al 1887 nelle ricostruzioni ufficiali. Oggi bisogna distinguere le concerie vere e proprie, sottoposte a restrizioni e in larga parte trasferite, dalle attività di taglio, cucitura, rifinitura e vendita di prodotti in pelle che continuano a caratterizzare il quartiere. La distinzione conta, perché l’odore di una conceria non prova che lì si stia ancora effettuando l’intero processo di concia.

Chi è entrato in una conceria conosce quell’odore pungente, quasi impossibile da dimenticare. A Dharavi, nella mia esperienza, la spazzatura riusciva perfino a superarlo. E intanto ritorna un’altra India, quella del fake, delle imitazioni, delle etichette e dell’apparenza commerciale: un mondo in cui la qualità del lavoro artigianale e l’autenticità di ciò che viene venduto non sono sempre la stessa domanda. Non attribuisco a ogni laboratorio la produzione di falsi: è l’ambiguità del mercato, osservata da vicino, che merita di essere indagata. Anche qui, sotto il disordine visibile, le lavorazioni seguono percorsi riconoscibili e i prodotti trovano acquirenti ben oltre i vicoli che li hanno generati.

Le case nuove e il diritto di restare

Arriva infine la questione degli espropri, degli sgomberi e della riqualificazione. La parola sembra semplice: sostituire stanze sovraffollate con appartamenti nuovi, dotati di bagno, servizi e infrastrutture. Eppure la resistenza di una parte dei residenti non si spiega con un presunto attaccamento romantico alla sporcizia. Ciò che temono di perdere è un sistema economico costruito nel tempo. Se una famiglia viene spostata lontano dai clienti, se un laboratorio finisce in un edificio dove non può caricare merci o usare certe attrezzature, se un affitto transitorio divora il margine di guadagno, il bagno nuovo può accompagnarsi alla perdita del lavoro. Il problema non è scegliere tra igiene e business: è riuscire ad avere entrambe.

Le categorie amministrative rendono il conflitto concreto. Secondo le informazioni pubblicate dall’autorità del progetto, i nuclei residenziali riconosciuti idonei possono ottenere un alloggio di 350 piedi quadrati, circa 32,5 metri quadrati, nell’area di Dharavi; altre categorie, tra cui occupazioni di piani superiori e insediamenti successivi alle date previste, sono indirizzate verso soluzioni di 300 piedi quadrati, circa 27,9 metri quadrati, fuori dal quartiere, secondo le condizioni applicabili. Per le unità commerciali idonee il progetto prevede gratuitamente fino a 225 piedi quadrati, circa 20,9 metri quadrati, con regole specifiche per gli spazi ulteriori. Date, documenti, posizione dell’unità e natura dell’attività diventano così decisivi per stabilire chi resta, chi viene trasferito e a quali condizioni. Sono categorie giuridiche, non categorie morali: la differenza tra “idoneo” e “non idoneo” può cambiare un’intera economia familiare.

Il piano ufficiale dichiara di voler conservare il modello di quartiere in cui si vive e si lavora, e prevede spazi per attività economiche. Proprio perché l’obiettivo è scritto nero su bianco, la domanda dei residenti è legittima: funzionerà davvero, laboratorio per laboratorio, strada per strada? La stampa indiana ha documentato proteste e timori per i trasferimenti fuori Dharavi e per la perdita delle reti di prossimità. Non tutti resistono allo stesso modo e non tutti rifiutano case migliori; alcuni chiedono soprattutto di non pagare il miglioramento con la propria fonte di reddito.

Ripenso alle conversazioni avute nei vicoli. Mi sono spesso chiesta se fosse stata solo una mia personale impressione. Tuttavia, la mia esperienza trova un riscontro preciso nelle ricerche: nell’indagine di Jan Nijman, ripresa da Scroll, il 60% degli intervistati riteneva la propria qualità della vita migliore della media di Mumbai, il 62% dichiarava che la propria vita fosse migliorata negli ultimi cinque anni e il 73% nemmeno chiamava «slum» la propria abitazione. Nella stessa ricerca, però, il 94% dei residenti indicava l’inquinamento come problema principale. Ecco il paradosso che ho incontrato di persona: si può riconoscere la gravità delle fogne e della spazzatura e, nello stesso tempo, considerare Dharavi il posto giusto in cui vivere e lavorare. Non è un consenso universale, ma nemmeno un’eccezione che mi sono inventata. Anche nelle testimonianze raccolte sul progetto di riqualificazione torna la stessa preoccupazione: avere acqua, bagni e case migliori senza perdere clienti, fornitori, laboratori e reddito. Un appartamento nuovo rischia di diventare un cattivo affare se spezza la rete economica che sostiene chi dovrebbe abitarlo.

«Sei stata allo slum?» E riconosco quell’espressione di tristezza, disgusto, pena e timore. Forse, però, è a noi che fa comodo pensare che gli abitanti di Dharavi siano infelici. Ci permette di guardare quei vicoli, le fogne e la spazzatura e di credere che il nostro giudizio basti a raccontare la loro vita. Io ho visto condizioni igieniche durissime e un’organizzazione del lavoro impressionante; ho incontrato persone che sapevano esattamente dove vivevano e che mi hanno detto, senza chiedere il mio permesso, che a loro andava bene così. Le ricerche non cancellano il degrado: confermano che, per una parte significativa di chi abita Dharavi, il valore di quel luogo comprende il lavoro, la comunità e la possibilità di costruirsi un’esistenza. Possiamo pretendere fogne migliori, case più sicure e diritti senza decidere al posto loro come debbano sentirsi. Perché, alla fine, la domanda è proprio questa: chi ha deciso che sono infelici?

Nel capitolo «Il capitale di carne viva», un incontro su un treno attraverso il Rajasthan mette in discussione una risposta apparentemente ovvia: curare una persona dovrebbe significare migliorarne la vita. Ma che cosa accade quando la sua sopravvivenza economica dipende proprio dalla malattia?

È la domanda che SULUK porta accanto a Dharavi: quanto comprendiamo davvero della vita degli altri quando vediamo ciò che manca, ma ignoriamo ciò da cui dipendono?

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