ISSYK-KUL

IL MARE KIRGHISO ALL'OMBRA DEI BALBAL

A circa 1.600 metri di altitudine, stretto tra il Kungey Ala-Too a nord e il Terskey Ala-Too a sud, l’Issyk-Kul occupa il centro di un enorme bacino del Tien Shan. È lungo circa 180 chilometri, raggiunge profondità prossime ai 700 metri ed è considerato dall’UNESCO il secondo lago d’alta montagna più grande del mondo. Nonostante l’altitudine, la massa d’acqua non gela normalmente durante l’inverno: profondità, debole salinità e sorgenti calde contribuiscono al fenomeno da cui deriva il suo nome, “lago caldo”.

Ma sulla sponda settentrionale l’acqua racconta soltanto una parte della storia.

Intorno a Cholpon-Ata, località cresciuta anche come centro di villeggiatura durante il periodo sovietico, il paesaggio conserva tracce di epoche molto più antiche. Petroglifi, pietre antropomorfe e percorsi carovanieri ricordano che questo bacino non è mai stato semplicemente un luogo isolato tra le montagne.

L’Issyk-Kul era attraversato da uomini, merci e idee.

E proprio la mobilità che rese l’Asia Centrale uno dei grandi spazi di connessione della storia potrebbe aver avuto anche conseguenze molto più oscure.

LA MATERIA DELL'ACQUA E DELLA PIETRA FUNERARIA

L’Issyk-Kul produce una strana inversione delle proporzioni.

Dopo chilometri di montagne e steppe, improvvisamente compare qualcosa che sembra un mare. L’orizzonte si apre, l’acqua occupa lo spazio e le cime innevate rimangono sullo sfondo come se appartenessero a un paesaggio differente.

Sulla sponda settentrionale, però, alla materia dell’acqua se ne affianca un’altra: la pietra.

Nell’area di Cholpon-Ata, incisioni rupestri e testimonianze archeologiche documentano una lunga frequentazione umana del territorio. Accanto a queste compaiono anche i balbal, termine utilizzato per indicare pietre antropomorfe associate alle culture turche della steppa.

Il significato dei balbal e delle pietre antropomorfe dell’Asia Centrale è più complesso e varia secondo periodo e contesto. Ed è proprio questa incertezza a renderli interessanti.

La pietra sopravvive alla persona che l’ha collocata, ma non necessariamente conserva intatto il significato che quella persona le attribuiva.

I Retroscena: Nel 2022 una ricerca pubblicata su Nature ha riportato l’Issyk-Kul al centro di una delle questioni più affascinanti della storia delle epidemie.

In due cimiteri medievali dell’attuale Kirghizistan, Kara-Djigach e Burana, alcune lapidi datate 1338-1339 indicavano che le persone sepolte erano morte durante una “pestilenza”. L’analisi del DNA antico ha identificato in alcuni individui il batterio Yersinia pestis, la Peste.

I genomi ricostruiti appartengono infatti a un ceppo collocato immediatamente prima della grande diversificazione genetica associata alla seconda pandemia di peste. I ricercatori sostengono quindi l’esistenza di una sorgente della pandemia nell’Eurasia centrale del XIV secolo, nell’area più ampia del Tien Shan.

Questo non significa che possiamo seguire una singola carovana dal Kirghizistan all’Europa e attribuirle la pandemia.

Significa qualcosa di più significativo.

Un territorio che oggi può apparire periferico si trovava dentro reti di mobilità abbastanza vaste da collegare comunità lontanissime.

La peste rende improvvisamente visibile ciò che le montagne sembrano nascondere: l’Issyk-Kul non era ai margini del mondo.

Le mie impressioni pratiche: Cholpon-Ata restituisce due immagini quasi opposte dello stesso territorio.

Da una parte esiste la località sviluppata intorno al lago, con le strutture ricettive e l’eredità della villeggiatura sovietica. Dall’altra, basta spostare lo sguardo verso le montagne e le pietre per ritrovare una scala temporale completamente diversa.

È questa sovrapposizione che trovo più interessante.

Non la ricerca di un paesaggio rimasto intatto, ma la possibilità di osservare come generazioni differenti abbiano attribuito significati diversi allo stesso spazio.

Anche Rukh Ordo, a Cholpon-Ata, appartiene a questa costruzione contemporanea del significato. Il complesso mette in relazione riferimenti alla cultura kirghisa e alle diverse tradizioni religiose, proponendo una rappresentazione moderna del dialogo tra identità differenti.

Poi ci sono i cavalli.

Ed è difficile parlare dell’Issyk-Kul senza arrivare al kok boru.

Due squadre di cavalieri si contendono l’ulak e cercano di portarlo nella meta avversaria. Nella forma tradizionale viene utilizzata una carcassa di capra, mentre UNESCO segnala che nelle competizioni contemporanee può essere sostituita da un simulacro. Il kok boru è stato iscritto nel 2017 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

I TACCUINI DEL SILENZIO

Ho sempre trovato curioso il modo in cui osserviamo le tradizioni degli altri.

Davanti al kok boru è facile scegliere immediatamente una posizione.

Violento. Brutale. Spettacolare. Autentico.

Parole diverse, ma tutte costruite a partire dallo stesso errore: credere che basti guardare qualcosa per averla già compresa.

Il kok boru non è soltanto una carcassa trascinata da uomini a cavallo. UNESCO lo descrive come una pratica attraverso cui vengono trasmessi capacità equestri, regole, responsabilità, lavoro di squadra e rispetto tra giocatori e cavalli.

Questo non obbliga ad apprezzarlo.

Obbliga soltanto a riconoscere che il nostro disgusto o il nostro entusiasmo non costituiscono ancora una spiegazione.

Lo stesso accade davanti ai balbal.

Vediamo un volto scolpito nella pietra e immediatamente vogliamo sapere chi rappresenti, perché sia lì e che cosa significhi. Ma il tempo ha conservato l’oggetto meglio della spiegazione.

Forse è proprio questo il filo che lega elementi apparentemente lontanissimi dell’Issyk-Kul.

Le pietre conservano tracce di persone che non possiamo più interrogare.

Il DNA estratto da uomini morti quasi sette secoli fa permette di ricostruire una parte della storia di una pandemia che avrebbe attraversato continenti.

Il kok boru conserva e trasforma pratiche nate dentro società nelle quali il rapporto tra uomo e cavallo occupava uno spazio molto diverso dal nostro.

Persino i World Nomad Games, organizzati sulle rive dell’Issyk-Kul nelle loro prime edizioni, sono una costruzione contemporanea nata per recuperare, mettere in scena e trasmettere patrimoni che il periodo sovietico aveva contribuito a indebolire.

Niente di tutto questo è rimasto immobile.

Ed è forse questo che rende il lago più interessante della sua stessa bellezza.

L’acqua suggerisce permanenza. Le montagne sembrano immobili. Le pietre resistono per secoli.

Eppure, intorno a loro, uomini, epidemie, imperi, credenze e tradizioni continuano a muoversi.

Forse la memoria non è ciò che rimane fermo. È ciò che riesce a cambiare senza scomparire.

Tra il lago e le montagne del Tien Shan, il cavallo non appartiene soltanto all’immaginario nomade. È movimento, relazione e una forma di conoscenza del territorio costruita attraverso generazioni.

In SULUK quel legame appare durante un temporale, quando un cavaliere scende dalla montagna al galoppo. Per pochi istanti uomo, animale e paesaggio sembrano appartenere allo stesso respiro.

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