I FIGLI DELLE USTIONI
Sidi Chafi, Bouarfa | Marocco
«Chi è quel maleducato?»
«Non è maleducato. Il tuo sedere è veramente troppo grosso per lo spazio che abbiamo.»
Ero furente. La giornata era già iniziata male con una sveglia a sorpresa. In questo angolo sperduto di Marocco le buone maniere non erano arrivate. Forse si erano sentite offese e se n'erano andate. Anch’io ne ero molto tentata. Continuavo a chiedermi chi me l'avesse fatto fare di venire fin qui per fare volontariato in una comunità che sembrava uscita dalla pietra grezza e arida del deserto. Erano passati solo tre giorni dal mio arrivo, ma sembravano tre anni.
Come benvenuto avevo trovato Mohamed, un coordinatore – se così lo possiamo definire – che parlava un inglese ottimo … solo a monosillabi e a gesti. Le sue qualità poliglotte, però, aumentavano prodigiosamente quando si trattava di fare del sarcasmo. In quei primi giorni avevo mangiato solo una sbobba liquida a base di fagioli bianchi che rendeva il mio stomaco ancora più affamato. Non avevo potuto vedere nulla a causa del lajaj, il vento sabbioso che tingeva il cielo di rosso.
Quel giorno, il sole era ricomparso. Un'ottima occasione per uscire senza il mio cane da guardia ed esplorare finalmente il luogo in cui ero approdata. E invece no. Puntuale come la morte, si era presentato alla tenda che sostituiva la porta d’entrata al mio alloggio.
«Vestiti. Ti abbiamo organizzato una festa.»
Ma quale festa?
Mohamed mi costrinse a camminare sotto il sole cocente di mezzogiorno fino alla fine della città. I miei piedi erano cotti a sudore e i leggings erano ormai diventati un tutt'uno con la pelle. Non capivo il senso di quella festa. Soprattutto, non comprendevo che razza di idea avesse lui del significato di «festa».
Mentre il mio cervello era ancora annebbiato dalla calura e dai ragionamenti, vidi comparire un furgoncino scassato. Un miracolo che funzionasse ancora! Al volante c'era un vecchio con un giubbotto pesante e una sigaretta poggiata tra le labbra. Solo a guardarlo mi saliva il calore. Non solo a livello corporeo, ma anche di nervi: l'uomo era strabico.
Sul retro del cassone vi era un gruppo di giovani di diverse età ed etnie, accomunati solo da un look demodé. Tutti mi guardavano di traverso. Il significato di festa cominciava a diventare estraneo pure a me. Le ragazze mi squadravano dall'alto in basso, sghignazzando l'una nell'orecchio dell'altra. Un ragazzo con la pelle d'ebano mostrava un sorriso ebete, interrotto dalla fessura di un dente perduto. Altri tre portavano occhiali da sole per darsi un tono di mistero.
E poi c'era uno strano uomo di spalle. Indossava la tradizionale djellaba a righe. Dalla corporatura sembrava giovane, ma non troppo. Quando si voltò, rimasi colpita dal suo viso. Provai un moto spontaneo di rispetto.
Rimasi ancora più sbalordita quando Mohamed, dopo averlo fatto scendere, gli chiese di sedersi accanto a noi nella parte anteriore del veicolo e lui, in modo sgarbato e arrogante, fece subito notare le dimensioni del mio fondoschiena.
«Non ci stiamo non per colpa del mio sedere, ma perché l'abitacolo è fatto per due persone, non per quattro!» ribattei furente.
Il mio cane da guardia mi guardò spazientito. Mimò con i gesti la forma del mio didietro e mi indicò la parte posteriore del furgoncino. Quando aprii la portiera del cassone, mi ritrovai davanti una capra. Era molto graziosa: il pelo nero e bianco, un dolce belato. Peccato che non si potesse dire lo stesso del suo odore.
Mi voltai indietro per cercare di capire cosa fare, ma Mohamed mi spinse dentro, costringendomi a prendere posto accanto all'ovino. Poi sbatté la portiera sulla mia faccia attonita e si infilò davanti, stretto tra lo strabico e l'arrogante.
Imboccarono la strada per Er Rachidia. Prima della grande porta d’ingresso alla città, virarono verso il nulla. Costeggiammo il fiume in secca. Dopo oltre trenta minuti tra sassi, sabbia e grandi rocce, arrivammo in uno spiazzo assolato. Lì mi fecero scendere. Con me restarono Mohamed, l'uomo arrogante e la capra. Gli altri ripartirono, lasciandosi dietro grosse nuvole di polvere.
Quando smisi di tossire e l'aria tornò limpida nei polmoni, mi accorsi che sotto la djellaba l'uomo misterioso nascondeva un grosso coltello a lama ricurva. Si inginocchiò e pregò Allah. Poi si diresse con passo sicuro verso la capra: con un movimento rapido, netto e – per me – imprevedibile, le tagliò la gola.
La capra si inginocchiò lentamente nel suo stesso sangue, come se volesse essa stessa pregare. Io ero paralizzata. Mi sembrava di essere in uno stato di dormiveglia, incapace di realizzare con lucidità quello che stava accadendo. Anche la mia guida iniziò a pregare ad alta voce. Alle sue preghiere si sovrapposero gli ultimi rantoli dell’animale e il rumore degli zoccoli che battevano sulla roccia, prima che la morte per dissanguamento riportasse il silenzio.
Poi, come se nulla fosse, i due presero la carcassa per le zampe e iniziarono a ripercorrere le orme del furgoncino. Io li seguii in silenzio.
Dopo un cammino infinito raggiungemmo gli altri. Avevano allestito un campo: con dei teli di plastica avevano creato una grande tenda, sotto la quale le ragazze lavavano e tagliavano patate, cipolle e altre verdure. Gli uomini invece erano intenti ad accendere il fuoco e a preparare uno spiedo con pali improvvisati. Quando videro la capra, recitarono una preghiera. Con acqua, mani e soffiando con la bocca ripulirono le interiora con grande cura, poi ne legarono le zampe. Il corpo svuotato venne appeso allo spiedo. Le parti molli, consegnate alle donne, finirono all'interno di pentole a pressione che parevano uscite da un museo archeologico. L’odore che fuoriusciva con gli sbuffi di vapore era tremendo: selvatico, vomitevole, indimenticabile.
Tutti erano affaccendati. Io ero ancora impietrita per lo spettacolo di poco prima. Vedendo che non mi rendevo utile e che tenevo lo sguardo fisso a terra, il mio cane da guardia si avvicinò.
«Perché hai quella faccia? Aiuta le altre donne a pelare le patate.»
«Non avevo mai visto nulla di simile.»
«Dovresti ringraziarli.»
«E per cosa? Per aver sgozzato una povera creatura ai miei piedi?»
«No. Per averti offerto quello che per loro era il cibo di una settimana.»
«Ma io non ho chiesto niente del genere!»
«No, e non avresti potuto. Sei la nostra ospite, la nostra futura insegnante di inglese. Vogliamo dirti grazie con questo dono. Per te è uno spettacolo crudele. Per noi è il cibo che stasera non porteremo a casa alle nostre famiglie.»
A quelle parole sentii un nodo alla gola. I loro modi grezzi e la totale assenza di spiegazioni mi avevano resa giudicante. Ero caduta nella trappola del pregiudizio.
Senza dire nulla, andai a sedermi tra le donne e iniziai a pelare le patate.
Quando la capra fu cotta, la stesero su una tovaglia di plastica. Le donne presero un pezzo di fegato ricoperto dalla rete dell’intestino e lo porsero al vecchio strabico. Lui fece per portarlo alla bocca, ma d’un tratto si fermò. Mi guardò e, con il primo sorriso che gli vidi fare, me lo mise davanti alla faccia.
Mangiai dalla sua mano. Tutti applaudirono. Io, tentando di ingurgitare quel tremendo boccone, mi sforzai di fare un cenno d'assenso con la testa. Il pranzo era ufficialmente iniziato.
Tutti – uomini e donne separati, tranne me, l’ospite che godeva del privilegio di scegliere dove stare – iniziarono a mangiare voracemente con le mani. Quando la capra fu ridotta a sole ossa, levarono la tovaglia, buttarono gli avanzi dietro un cespuglio e presero i tamburi.
Ballarono e cantarono per più di un’ora. In quella scena mi sentivo di troppo, ma il mio cane da guardia, che si era sorprendentemente rivelato un abile suonatore, con la grazia ruvida che lo contraddistingueva, mi lanciò nel mezzo del cerchio. Vidi i loro volti. Erano felici. Allora anch’io misi da parte la diffidenza e l’imbarazzo e iniziai a ballare.
L’uomo arrogante ci osservava da lontano, seduto a gambe incrociate su un masso. Lui, che in realtà era stato il promotore di quella festa, non ballò.
«Senti, ho una domanda da farti.»
«È necessaria?»
«Sì, ci penso da quando siamo tornati.»
«E allora dimmi, non perdere tempo a pensare troppo e male.»
«Ma quell’uomo... quello con la djellaba, quello con il volto e le mani devastate dalle ustioni, chi è?».
«È Rachid. L’uomo più ricco che io conosca.»
«Ah. Io pensavo fosse povero.»
«Perché hai appena iniziato.»
«A fare cosa?».
«A vivere.»
© 2026 Francesca Pavesi. Tutti i diritti riservati.
Testo tratto da Suluk – Il viaggio dell'ombra.
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Questo è un frammento di Suluk – Il viaggio dell'ombra
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