Gnawa, la musica come arma di libertà: una memoria africana che il Marocco ha imparato ad ascoltare
Dalle rotte transahariane ai rituali della lila, la musica gnawa racconta la memoria africana del Marocco, tra schiavitù, spiritualità e identità culturale.
Francesca Pavesi
10/6/2026




Il Marocco non si lascia raccontare attraverso una contrapposizione fra arabi e amazigh. Nelle sue città, nelle oasi e lungo le antiche vie carovaniere vive anche una storia africana che non arriva da fuori: appartiene al paese da secoli. La tradizione gnawa ne è una delle espressioni più riconoscibili. Oggi il suono del guembri attraversa i festival internazionali e incontra il jazz, il blues e il reggae. Ma prima di diventare un linguaggio musicale celebrato, è stato anche un modo di custodire appartenenza, dolore, spiritualità e memoria.
Gnawa non indica una categoria semplice e immutabile. Il termine può riferirsi a comunità e genealogie legate a diverse storie dell’Africa subsahariana, a pratiche cerimoniali e a un repertorio musicale. Non tutti i marocchini neri sono gnawa, né tutti i praticanti della musica gnawa condividono la stessa origine familiare. Ridurre questa tradizione alla sola discendenza da persone schiavizzate cancellerebbe altre forme di mobilità, incontro e trasmissione culturale; cancellarne il rapporto con la schiavitù significherebbe però privarla di una parte decisiva della sua storia.


La tratta transahariana e le identità del Maghreb
Per secoli le rotte del Sahara hanno collegato l’Africa occidentale e il Maghreb attraverso scambi di merci, idee, lingue, pellegrinaggi e persone. Accanto a queste relazioni esisteva la tratta di esseri umani, alimentata da poteri e mercati differenti e proseguita attraverso epoche diverse. Uomini, donne e bambini furono sottratti alle loro comunità e impiegati in attività domestiche, agricole, militari e di servizio. Non fu un sistema nato in un solo anno, né attribuibile a un unico popolo: attraversò dinastie, territori e strutture politiche, assumendo forme diverse.
Le vicende delle persone nere in Marocco non coincidono interamente con la schiavitù. Le popolazioni delle oasi, i gruppi haratin, le famiglie di antica presenza sahariana e le comunità legate alle rotte commerciali hanno storie distinte, spesso intrecciate. Anche per questo non ha senso immaginare un Marocco originariamente diviso fra una componente “bianca” amazigh e una componente “nera” arrivata successivamente. Le appartenenze linguistiche, regionali, familiari e religiose si sovrappongono da molto tempo.
L’etimologia di «gnawa» è discussa: sono state proposte connessioni con termini amazigh relativi all’alterità linguistica e con antiche denominazioni geografiche dell’Africa occidentale. Nessuna ipotesi, da sola, può spiegare la complessità storica di chi oggi si riconosce in questa tradizione.


Bilal, una genealogia spirituale
Una figura centrale nella memoria religiosa gnawa è Bilal ibn Rabah, tradizionalmente ricordato come Bilal al-Habashi, di origine abissina, compagno del profeta Muhammad e primo muezzin dell’Islam. Nato in condizione servile e successivamente emancipato, Bilal è diventato un riferimento simbolico potente: la voce di un uomo un tempo schiavizzato acquista un ruolo centrale nella comunità dei credenti. Per i gnawa questa genealogia spirituale unisce appartenenza islamica, memoria africana e dignità. Il richiamo a Bilal esprime una parentela religiosa e culturale, non la prova che egli abbia storicamente fondato le pratiche gnawa.
All’interno delle pratiche gnawa convivono riferimenti islamici, venerazione dei santi e rapporti rituali con entità spirituali chiamate mluk. Parlare genericamente di «animismo» rischia di appiattire questo universo in una sopravvivenza di credenze anteriori all’Islam: si tratta invece di un sistema religioso e culturale vivo, sviluppato attraverso secoli di incontri e reinterpretazioni.


La lila: quando il ritmo diventa relazione
Il cuore cerimoniale della tradizione è la lila, detta anche derdeba: una veglia rituale che può estendersi per molte ore e che si svolge in contesti comunitari o domestici, secondo pratiche variabili. È più di un concerto. Musica, canto, movimento, colori, profumi e offerte compongono un linguaggio condiviso, nel quale alcuni partecipanti possono vivere stati di trance interpretati all’interno della tradizione come forme di relazione con gli spiriti. La cerimonia non segue un calendario unico e non si riduce a una sequenza meccanica di gesti.
Il maâlem guida la dimensione musicale e conosce il repertorio associato alle diverse famiglie di spiriti; altre figure rituali, fra cui la moqaddema, possono avere un ruolo essenziale nell’organizzazione e nella mediazione cerimoniale. Le sequenze non sono intercambiabili: melodie, ritmi, colori e invocazioni contribuiscono a dare forma a un ordine riconosciuto dai partecipanti.
Fra le figure evocate nell’immaginario rituale marocchino compare anche Aisha Kandisha, presenza femminile ambigua che attraversa leggende, timori e pratiche spirituali. Il suo significato non si esaurisce nell’immagine popolare della seduttrice notturna: nell’articolo La leggenda di Aisha Kandisha approfondisco proprio il rapporto fra questa figura, la musica cerimoniale e le paure sociali che le sono state attribuite.


Il guembri, i qraqeb e la voce del corpo
Il guembri, chiamato anche sintir o hajhouj, è un cordofono a tre corde con cassa rivestita di pelle. Produce una linea grave e pulsante che sostiene il canto del maâlem. I qraqeb, grandi nacchere metalliche suonate a coppie, intrecciano un ritmo incisivo e ciclico; i tamburi tbel accompagnano particolari momenti del repertorio. La costruzione degli strumenti e le tecniche esecutive possono variare da una tradizione locale all’altra.
Il loro valore non dipende soltanto dal suono. Nella lila la ripetizione musicale è una struttura di riconoscimento, una relazione fra chi suona, chi ascolta e chi partecipa al rito. Sul palco, gli stessi strumenti possono assumere una funzione diversa: il passaggio dal contesto cerimoniale allo spettacolo modifica il rapporto fra musicisti e pubblico, senza cancellare necessariamente la memoria incorporata nel repertorio.


Dal Marocco all’Hormozgan: due sponde, domande comuni
La circolazione di pratiche legate alla trance, alla guarigione rituale e agli spiriti non si ferma al Sahara. Sulle coste dell’Iran meridionale, nell’Hormozgan, lo zar è associato a cerimonie musicali e a un universo di influenze segnato dalla navigazione nell’Oceano Indiano e dai contatti con l’Africa orientale. La lila gnawa e lo zar non sono lo stesso rito: appartengono a storie, repertori e geografie differenti. Il confronto illumina tuttavia una domanda comune, quella sul modo in cui una comunità usa musica e ritualità per dare un linguaggio alla sofferenza e alla presenza degli spiriti.
Ho approfondito questo confronto in Quando gli spiriti arrivarono dal mare: lo zar dell’Hormozgan e l’eco degli gnawa, dove il mare e il deserto appaiono non come barriere, ma come spazi attraversati da persone, credenze e linguaggi musicali. Il collegamento non annulla le differenze: permette di comprenderle meglio.


Essaouira: dal rituale alla scena internazionale
Essaouira è oggi uno dei luoghi più visibili della musica gnawa. Il Festival Gnaoua et Musiques du Monde, nato nel 1998, ha trasformato la città in uno spazio di incontro fra maâlem e musicisti provenienti da tradizioni differenti. Sul palco, il repertorio gnawa dialoga con jazz, blues e altre forme contemporanee. La notorietà internazionale non cancella la discriminazione che ha segnato molte storie familiari, né significa che ogni barriera sociale sia stata superata.
Nel 2019 l’UNESCO ha iscritto la cultura gnawa nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il riconoscimento riguarda un insieme di pratiche musicali, rituali e sociali: non equivale a dire che la tradizione sia nata nel momento in cui è stata riconosciuta, né che la sua dignità dipenda da un’istituzione internazionale. Semmai rende più visibile un patrimonio che le comunità custodivano già.
La trasformazione in spettacolo pone una domanda inevitabile: che cosa si guadagna e che cosa si perde quando una pratica cerimoniale entra nel mercato culturale? Una risposta unica non esiste. Ci sono nuove opportunità economiche e artistiche, ma anche il rischio di separare il ritmo dalla storia che lo ha prodotto. È proprio questa tensione a rendere la vicenda gnawa più interessante di una semplice narrazione di riscatto.
La libertà non è soltanto una canzone
La musica gnawa non ha abolito la schiavitù e non ha cancellato le gerarchie sociali. Ha però conservato e trasformato un patrimonio di relazioni, memorie e pratiche che sarebbe stato facile relegare ai margini della storia nazionale. La sua forza sta anche qui: nel rendere udibile ciò che un racconto troppo ordinato del Marocco lascia fuori.
Non è necessario scegliere fra un Marocco arabo, amazigh o africano. Quelle storie si incontrano nelle famiglie, nei luoghi e nei suoni. Il guembri non parla al posto di tutti, ma obbliga chi ascolta a riconoscere che l’identità marocchina è più vasta delle categorie con cui spesso cerchiamo di contenerla.
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